Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 27 luglio 2008
Per un tratto, prima di arrivarci, sembra che il treno scivoli sul mare. Scorre invece sullo stretto ponte ferroviario Hindenburg, l'unica concessione dell'isola ai collegamenti con la terraferma, discreta barriera a quel rapace turismo automobilistico da cui si è sempre tenuta distante. D'altronde la riservatezza è nel carattere della sua gente: l'educato riguardo, i modi sobri, l'espressione riflessiva sono retaggio di secoli passati, quando a Sylt le mogli dei capitani trascorrevano anni interi aspettando e sperando di rivedere il marito salpato lontano a caccia di balene. Tornavano in pochi a varcare la soglia di quelle abitazioni dai tetti di paglia che da secoli contraddistinguono il paesaggio architettonico della Frisia. Ma anche la graziosa bellezza dei borghi isolani fioriti con le ricchezze dei balenieri, tra cui spicca l'idilliaco villaggio di Kaitum, si fa piccola di fronte al vero incanto di questo estremo lembo di terra tedesca, flesso e simile un poco a un arco esteso per quaranta chilometri nel Mare del Nord. Perché il fascino di Sylt lo avverti soprattutto nella vastità del suo malinconico paesaggio, nel profumo delle rose selvatiche che t'investe quando la raggiungi, nei mille toni di verde degli argini, dei prati e della sua ventosa brughiera, o mentre costeggi rosse falesie gettando lo sguardo su candide spiaggie lambite da uno specchio d'acqua che invita al passeggio, quando è tempo di bassa marea. Allontanandosi dagli agglomerati più popolosi come la cittadina di Westerland per dirigersi a nord, magari in bicicletta, verso il porto di List da cui partono i traghetti per la Danimarca, ci si imbatte nella silente maestosità di una distesa selvaggia e lunare. Sono le dune di Sylt, tra cui ve n'è una imponente e mobile, forse la più misteriosa attrazione naturale dell'isola.
«Amo l'ampiezza di questo cielo in costante dialogo con il mare, capace al crepuscolo di donare tante sfumature di blu quante mai ho visto in nessuna altra parte del mondo» ci spiega l'imprenditrice culturale Indra Wussow, direttrice e ideatrice della Fondazione Kunst:raum che ogni anno ospita sull'isola decine di artisti internazionali. «Questa natura elementare distende lo spirito e incoraggia la creatività». Lo sapevano bene Thomas Mann, Marlene Dietrich e i tanti pittori, come Emil Nolde, che nei primi del Novecento elessero Sylt a loro dimora estiva. Durante il Terzo Reich l'isola divenne il buen retiro di Göring, poi fu scoperta da Rudolf Augstein, fondatore dello Spiegel, e dal grande editore Peter Suhrkamp, che l'amarono tanto da volerci rimanere per sempre: entrambi riposano qui, nel piccolo cimitero in collina di San Severin. C'è poi chi romanticamente la sceglie per sposarsi o battezzare un figlio sulla spiaggia e chi ci torna ogni anno per la talassoterapia.
Ma da quando Gunther Sachs vi portò Brigitte Bardot per sfuggire ai paparazzi della Costa Azzurra, Sylt è soprattutto sinonimo di turismo benestante e costumi liberali: lungo i 40 chilometri di spiagge molti sono gli spazi riservati alla cultura del nudismo.
«Vado a Sylt da oltre dieci anni» ci racconta Arturo Prisco, imprenditore della moda a Monaco e immobiliarista a Dresda, «l'ho scoperta per passaparola. Abituato alla bellezza di Capri ero abbastanza scettico. Ma quando arrivai la prima volta mi affascinò tanto che ora ci ritorno ogni estate. Amo quella sua luce per cui alle dieci di sera se mangi all'aperto devi tenere gli occhiali da sole tanto è luminoso il cielo. Amo quel suo raffinato mix di vivacità e quiete. Se ad esempio cammini nella via principale di paesi come Kampen puoi immergerti nella frenetica mondanità dei locali e delle boutique di lusso e poi, svoltato un angolo, trovarti a passeggiare per chilometri e chilometri nella brughiera senza incontrare quasi nessuno».
Sylt è nota anche per l'eccellente offerta gastronomica, presentata in un'atmosfera spesso più rilassata rispetto ai locali alla moda in Italia. Ci sono ristoranti in cui si può pranzare indifferentemente a würstel o caviale, senza che nessuno ti guardi con sufficienza se non spendi un capitale. È il caso del Sansibar, il più celebre ristorante da spiaggia di tutta la Germania, aperto tutto l'anno. Qui incontriamo Herbert Seckler, proprietario anche di una grossa ditta di import alimentare che serve linee aeree e la Deutsche Bahn. «Al Sansibar vendiamo soprattutto gioia di vivere, cioè quello che gli italiani posseggono già per natura. Quando ho iniziato trent'anni fa i tedeschi volevano solo vini francesi, ma gli imprenditori italiani con noi erano molto più gentili dei loro cugini, andavo a trovarli e mi accoglievano a casa, la madre cucinava per tutti. Allora scelsi di puntare sull'Italia. I primi tempi sono stati duri, ma quando all'inizio degli anni Novanta in Germania è esplosa la moda della cucina italiana, io ero preparato».
Al Sansibar la musica è bandita, per non distrarre gli ospiti dalla conversazione e favorire quell'atmosfera d'intimità e understatement per cui un anonimo visitatore si può trovare a cenare senza complicazioni vicino al ministro o al grande intellettuale.
Solo al crepuscolo, quando la sua capanna tra le dune comincia a risplendere di candele, Herbert talvolta viene meno al suo divieto per far risuonare una canzone. È un vecchio successo tedesco, racconta di un tramonto a Capri, quasi che egli volesse riaffermare in questo modo la propria vicinanza spirituale ai nostri mari. È in questo momento che improvvisamente ti trovi a scoprire un po' d'Italia anche tra le dune di Sylt, nel Mare del Nord (www.sylt.de).


