Un'aranciata per la Wehrmacht
Una miscellanea di curiosità sul Terzo Reich, tra burocrazia grottesca e ironia tedesca sul proprio passato
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 12 marzo 2006
Martedì a Berlino sventolavano croci uncinate. Ma niente paura. Era il set di un film comico su Hitler. Tutto sommato, un buon segno. Dopo decenni trascorsi a riflettere sul proprio passato nazista, ora la Germania sembra averlo sufficientemente metabolizzato. A tal punto da potersi permettere di osservarlo con distaccata ironia. Non per minimizzarne la gravità, bensì per indagarne il lato più quotidiano e grottesco. Come hanno fatto Hans-Jörg e Gisela Wohlfromm, compilando una miscellanea di curiosità sul Terzo Reich lodata persino dallo storico Ian Kershaw (Und morgen gibt es Hitlerwetter [E domani c’è un tempo da Hitler], Eichborn, Francoforte 2006, pagg. 301, € 19,90).
Scopriamo così che nella Germania permeata dal culto del Führer un’offesa al capo supremo, espressa tra le mura domestiche da un coniuge con la luna storta, era motivo sufficiente per ottenere il divorzio. Chi invece si trastullava fischiettando certe filastrocche infantili, magari aggiornate per l’occasione, come quella sui Dieci piccoli indiani che spariscono uno a uno per ritrovarsi tutti a Dachau, rischiava una denuncia per «sospetta preparazione di alto tradimento». Nel Terzo Reich poi era vietatissimo parlare “di corda in casa dell’impiccato”, perché si dovevano evitare il più possibile le espressioni di origine semitica. A sentire di certe misure discriminatorie nell’Austria ai tempi dell’annessione, quando la “soluzione finale” non era stata ancora messo in atto, invece, si è incerti se ridere o piangere. A tutti i caffè viennesi frequentati da ebrei, ordinavano infatti gli zelanti burocrati del regime, si doveva immediatamente ridurre «il rifornimento di panna montata».
E se noto è l’obbligo imposto ai cittadini di origine giudaica di rendersi riconoscibili tramite una stella gialla a sei punte, pochi sanno che anche per i nazisti più infervorati era disponibile un certificato di provenienza. Si trattava di un’etichetta appiccicata su tutte le merci prodotte dall’associazione degli industriali ariano-tedeschi. Serviva per informare l’accorto consumatore dell’immacolata origine del prodotto acquistato, certificandone la lavorazione per via di «sole mani ariane».
C’era poi chi, non potendo fregiarsi di tali bollini, discretamente mimetizzava le proprie ascendenze straniere. Come avvenne per la filiale tedesca della Coca-Cola, fondata nel 1929 e subito entrata nelle grazie dei camerati. Ad ogni manifestazione di partito ne tracannavano a ettolitri, orgogliosamente convinti di bere tedesco. Prendendosi così una bella cantonata. Un po’ come tutti quelli per cui stappare una lattina di Fanta significa assaporare l’“american dream”. Perché la famosa bevanda al gusto di aranciata venne inventata negli anni ’40 proprio in Germania, quando le scorte necessarie a produrre Coca Cola andavano esaurendosi.
Ma la Fanta non è l’unica popolare eredità della dittatura hitleriana, sopravvissuta indenne fino ai nostri giorni. Molti spettatori delle olimpiadi invernali a Torino, per esempio, osservando la corsa dei tedofori avranno pensato di partecipare alla celebrazione di un’antica usanza greca. E invece assistevano a un cerimoniale architettato dai nazisti in occasione delle Olimpiadi del 1936 di Berlino, quando la fiamma si accese per la prima volta nella capitale del Reich. Lo svolgimento delle competizioni non andò a genio a Hitler, che dovette assistere alla clamorosa vittoria di alcuni atleti americani di pelle scura. Chissà invece come avrà preso la cosa Alexander Olympio, cittadino del Reich e fervente patriota. Con un piccolo “difetto”. Anche lui era scuro come il carbone, perché originario del Togo, un tempo colonia tedesca. Olympio costituiva uno spinoso problema per le autorità naziste. Nulla da eccepire sulla sua «simpatia per la Germania e la disponibilità ad aiutarci», ma forse, argomentava l’”ufficio per le politiche razziali”, era meglio sfruttare il suo entusiasmo spedendolo a Parigi, anziché farlo rimanere in Germania, dove avrebbe potuto suscitare perplessità «tra la popolazione, che non è ben informata sulla sua situazione». Per tutto ciò che era di origini africane, infatti, il Reich aveva ben poca stima. Tanto da bandire, pena l’arresto, ogni trasmissione radiofonica di musica Jazz. Ma il rapporto dei nazisti con quelle sonorità è più controverso di quanto si creda. Perché nella Germania di allora vi fu addirittura una jazz-band sovvenzionata dal regime. Era una trovata di Joseph Goebbels, che a un certo punto durante la guerra mise in piedi un esamble di musicisti dediti a reinterpretare i grandi successi di quegli anni con testi in chiave propagandistica e strofe del tipo «Bye-Bye Churchill, BBC, BBC BBC/Your tricks won't work with Italy». La misteriosa band si chiamava Charlie & His Orchestra (http://blog.wfmu.org/freeform/2005/03/charlie_and_his.html) e si poteva captare in America sulle onde corte. In Germania della sua esistenza nessuno doveva sapere. Ma più che votare gli americani alla causa del Reich, pare che Charlie sia servito piuttosto ad avvicinare al jazz quei pochi tedeschi che orecchiarono una loro performance.


