L'arrivo alla Società del Ferro (1873-1875)
Il giovane Pareto entra nella Società del Ferro, costituitasi a Firenze come società anonima per azioni il 12 settembre 1872, come «signore incaricato» a San Giovanni Valdarno per il reparto siderurgico. Alla direzione commerciale è responsabile Carlo Fenzi, presidente è Ubaldino Peruzzi. Il giorno dopo essersi incontrato con il direttore generale Luigi Langer, il 17 novembre 1873, lascia Firenze per trasferirsi nella nuova sede.
La lontananza dal capoluogo comincia a pesargli subito. Si consola pensando che il soggiorno a San Giovanni in Valdarno sarà breve, non immaginando che vi rimarrà parecchi anni.
Già dopo qualche mese di permanenza, gli è chiaro che i lavori non sono eseguiti con criterio: i progetti e le direttive sono confusionari e mutevoli. In una lunga lettera e di grande interesse1, datata 26 novembre 1877 e indirizzata presumibilmente al Fenzi, Pareto redige una storia della ferriera di San Giovanni sin dai tempi della sua costituzione, evidenziandone i motivi che hanno causato ritardi e inefficienze nella gestione. Partita con progetti di ampio respiro, a causa della mancanza di capitale, la società non può più «sperare di ampliare la ferriera», e si deve «restringere questa alla parte già esistente». Sorge poi la «gravissima questione dei forni» che non riuscendo a raggiungere il riscaldamento adatto, impediscono alla ghisa di liberarsi degli elementi estranei, ostacolandone la conversione in ferro; la vicenda occuperà molto tempo al Pareto e sarà «pienamente risolta» solo verso il 1877.
La ferriera produce prodotti «senza sapere a cosa serviranno, a chi saranno destinati, da chi saranno comprati»2. «Questioni gravissime» sono i laminatoi e le caldaie. Il commento di Pareto è secco: «nulla è appropriato allo scopo» ed è questa «la cagione della maggiore perdita della società». Il poco ferro che viene venduto non soddisfa i clienti, che si lamentano continuamente3.
Con la signora Emilia Peruzzi, sua confidente, si duole dell'ostilità che gli nutrono gli altri dirigenti: «Non credevo di veder principiar così presto le noie»4. Il suo temperamento, un poco suscettibile, lo porta a ritenere che si congiuri contro di lui e che non si consideri la sua competenza. Inizia così una lunga serie di drastiche dimissioni, tanto più drastiche quanto inattuate. In special modo, i rapporti con il Langer si rivelano pessimi. Questi, accusa Pareto, è un burocrate accentratore e dirigista. Addirittura, gli impone di fissare un'ora – le cinque – durante la quale egli si impegni a firmare tutte le lettere e dedicarsi alla pratica burocratica: «una demenza». La domanda è schietta: «Io non capisco come la società del ferro tenga per direttore uno scimunito di tal fatta»5. Molti anni più tardi, il Pareto riconoscerà alla signora Peruzzi di avere molti difetti, ma non quello «di essere oscuro»6. Non gli si può dare torto.
Un grave problema della Ferriera è il mal funzionamento delle gallerie per l'essiccazione la lignite. Il problema della lignite bagnata sarà una di quelle situazioni di inefficienza che, lungi dall'essere risolte prontamente, persisteranno lungo tutto l'arco della vita della Società del Ferro, anche dopo l'estromissione del Langer.
Pareto deve affrontare anche il malcontento degli operai, la loro ostilità verso i tecnici di nazionalità francese, chiamati al momento dell'apertura dello stabilimento di San Giovanni, e i frequenti scioperi che, anche se «poco intensi e poco importanti», danno adito allo scoppio di tensioni, seppur «piuttosto a livello inter-individuale che collettivo»7.
Il 10 luglio 1874, accorso in difesa di due tecnici stranieri impiegati alle ferriere, viene lievemente infortunato da un operaio. Il processo è fissato per il 24 Agosto. Bacci, l'operaio, gli lancia indirettamente delle minacce, ma il Pareto non se ne cura: «non per questo avrei taciuto la verità»8. E ammette un poco spavaldo: «Le genti dicono che Frid è tenacino perché né per preghi né per minacce si volle indurre a deporre il falso [...] e se la passeggia con un'aria di me ne impipo che consola a vedersi»9. Il tribunale assegna il minimo della pena. Pareto ne è indignato, non tanto per l'occorso particolare, quanto per il principio. Il processo è stato «una vergogna» e prevede che «avrà le più funeste conseguenze sul morale della popolazione operaia di San Giovanni».
Pareto «signore incaricato» in un'impresa zoppicante (1875-1877)
Con tenacia il Pareto riesce a migliorare la situazione dei forni. Questo successo rappresenta per il giovane la definitiva vittoria e segna l'allontanamento del Langer dal posto di direttore generale. Con l'avvento del 1876 Pareto, nonostante continui sbuffi e sogni di fuga, si addentra sempre più nella gestione della ferriera di San Giovanni, senza i contrasti che tanto gli erano stati dannosi durante la presenza del Langer.
L'accesa concorrenza e il costante ribasso dei prezzi rendono la Società sempre meno competitiva, tanto più che «le deficienze di cassa, e comunque la scarsità di mezzi finanziari disponibili»10spingono la direzione a frequenti interruzioni di lavoro. È un ciclo negativo: quando la produzione del ferro è nulla o scarsa, per la chiusura della ferriera, le spese di fabbricazione diventano automaticamente più ingenti e il prodotto diventa ancora più debole nei confronti della concorrenza.
La situazione è grave; il giovane ingegnere si rende conto che la Società ha un capitale «che va ogni giorno diminuendo» e le condizioni finanziarie non lasciano adito a grandi speranze poiché la Società ha in prestito ingenti somme: «par chiaro che non si potranno rimborsare in un anno, ce ne vorranno almeno due».
Ripete che «così non si va avanti». Addirittura il magazzino è ricolmo di «enormi quantità di ferro» tanto che non si sa più «cosa fabbricare, mancando assolutamente di ordinazioni»11.
La gestione commerciale della Società continua a essere improvvisata, manca una seria strategia d'azione, e ci si affida ad accorgimenti estemporanei, dipendenti più che altro dalla buona volontà del Pareto nel cercare con ogni mezzo di arginare la preoccupante perdita dei clienti, che si continuano a lamentare per la cattiva qualità del fabbricato e la pessima delle rotaie. Si giunge quasi allo scherno. Riporta la conclusione di una lettera inviatagli: «Se avete materiale cattivo o per qualche altra cagione dovete fare ferro cattivo, avvisatecelo per carità e noi sospenderemo di assumere ordinazioni perché assolutamente non vogliamo trovarci nei guai»12. Oltre ai gravi problemi verso i clienti, la disorganizzazione interna è grande, e le incomprensioni coi vari fornitori della ferriera, alcuni dei quali stranieri, non sono da sottovalutare. Certi fornitori, in ultimo, si dimostrano ritardatari e fin'anche disonesti13. L'impegno del Pareto nel suo compito di direttore è notevole, ma spesso si ritrova solo e inascoltato, senza interlocutori realmente interessati alle sue puntigliose osservazioni.
La vita della Società del Ferro si snoda lungo gli anni in cui si sviluppa, in Italia, il processo di utilizzazione dei rottami di ferro mediante rimpasto di ferro vecchio in pacchetti. È, quello delle rotaie scadenti, un altro cruccio del direttore della ferriera di San Giovanni, che non cessa di lamentarsi vivacemente con la direzione per la cattiva qualità del materiale di ribollitura acquistato dalla Società del Ferro. Ma il Pareto è tale da lamentarsi anche quando arriva il materiale di buona qualità. Commentando un buon carico da Pistoia auspica che, nelle successive spedizioni, gli mandino anche un certo quantitativo di quelle meno buone per non dover sprecare subito in sagome facili quelle, di ottimo livello, appena ricevute14. Non l'avesse mai detto, la successiva spedizione di rotaie è carica di pezzi pessimi, mentre quelli buoni non sono più disponibili.
La produzione segue un ritmo discontinuo e molti operai abbandonano San Giovanni per passare alla concorrenza. Per la società la questione del personale vacante è «importantissima». Manca la mano d'opera, manca il combustibile e mancano pure gli attrezzi per la fabbricazione di alcune commesse. In una situazione così disastrosa, per l'industria del ferro è «assolutamente impossibile sostenere la concorrenza se si manca degli arnesi successivi alla fabbricazione»15.
Col passare dei mesi le necessità di capitali della Società per l'Industria del Ferro diventano sempre più incalzanti. Comincia a mancare addirittura il circolante necessario a mantenere aperti gli stabilimenti. Nel momento in cui si riesce a recuperare un po' di liquidità «il denaro le è imprestato a tassi tanto elevati che persino il pagamento degli interessi diventa un problema insormontabile». La Banca Generale guarda alla sua notevole partecipazione nell'impresa industriale con sempre più «scettica prudenza»16.
Divulgati i risultati dell'esercizio finanziario 1876, si constata che le perdite sono assai consistenti. Continuo deprezzamento del ferro e scarsità di vendite contribuiscono a creare una situazione assolutamente negativa.
A fine anno 1877 viene presa la decisione di liquidare il comitato direttivo alla guida della Società dopo l'estromissione del Langer, affidando la direzione generale al «signore incaricato» dell'agenzia di San Giovanni.
Con effetto dal primo gennaio 1878, Vilfredo Pareto diventa direttore della Società per l'industria del Ferro, ed è autorizzato a trasferirsi a Firenze.
Pareto direttore generale e funzionario della Banca (1877-1880)
Nonostante la nomina ufficiale del primo gennaio 1878, già l'anno prima il Pareto assume di fatto la direzione della Società. Con frequenza va a Roma presso la Banca Generale, vera padrona della Società: «io sono agli ordini di quei signori»17.
Pareto ha trent'anni quando viene nominato a capo di una Società «in pericolo di vita»18, con oltre mille dipendenti. Pochi mesi prima, nel novembre 1877, in una lunga lettera di cui già si è accennato, fa il punto della situazione al Fenzi, evidenziando il giovamento ottenuto nell'aver impiantato un piccolo laminatoio, maggiorato dall'acquisto di una nuova caldaia. Con ciò sono sparite le difficoltà avute per la fabbricazione delle piccole sagome di ferro, quelle più vendibili. L'umore dell'uomo ondeggia fra un chiaro pessimismo riguardo alla crisi della Società, ed eccessive speranze in una possibile crescita, se solo lo si voglia veramente.
Sebbene il Busino affermi: «che [il Pareto] si facesse illusioni quanto allo svolgimento della crisi, è improbabile»19, leggendo la relazione del giovane incaricato ai dirigenti20, si è portati a ritenere che, fra una lamentela e un'invettiva alla sfortuna per il trovarsi in una Società tanto scalcagnata, egli coltivi qualche speranza di risollevamento. Il dettagliatissimo scritto circa le prospettive più prossime della ferriera di San Giovanni - prova di quanto impegno e passione egli impieghi nel proprio lavoro, pur nell'amarezza per le ristrettezze in cui deve agire - è emblematico circa la situazione in cui si ritrova, prima come "signore incaricato" a San Giovanni e ora in veste di direttore generale della Società del Ferro. Egli non esita a impiegare tempo e risorse nel cercare di risollevare le sorti dell'azienda, con varie proposte e lavoro indefessi, ma la sua voce è voce nel deserto, ben poco ascoltata dalla direzione che, pur nutrendo stima nei confronti del giovane, è lontana e assente dal prestargli una reale attenzione.
Il 1877 si conclude, apparentemente, con una notevole riduzione delle perdite, ma questo risultato è raggiunto con «un sistema d'economie e d'espedienti talvolta puramente contabili»21. Infatti, nel 1878 la situazione della ferriera di dimostra nuovamente preoccupante. È un momento critico, che vede anche il Peruzzi, presidente della Società, coinvolto nelle polemiche circa il dissesto finanziario del comune di Firenze; il Pareto gli è vicino.
Davanti alla situazione disastrosa, il futuro economista insiste nel convincere il Fenzi circa la necessità di trovare nuovi capitali, proponendo perfino all'amministrazione di investire nell'impresa parte delle proprie sostanze familiari. In un primo momento il Fenzi «fa orecchie da mercante»22, ma poi si convince, in parte, delle idee di Pareto, sempre che non gli comportino rischi finanziari o sacrifici economici rilevanti. Il direttore della Banca Generale, Antonio Allievi, è invece molto dubbioso. Da una parte vorrebbe che questa si sbarazzasse del peso di una partecipazione industriale tanto rovinosa, dall'altra è costretto a fare i conti con un mercato assolutamente non interessato ai titoli di una Società senza prospettive. Pareto nota rabbiosamente: «il Fenzi va in tutto d'accordo con me, ma quei signori della Banca Generale non mi pare che abbino idee chiare»23.
Nella primavera del 1879, date le incessanti perdite e i debiti accumulati dalla Società per l'Industria del Ferro presso la Banca Generale, questa decide, «molto a malincuore»24, di assumere «più dirette responsabilità nella conduzione commerciale dell'azienda per sollevarne le sorti»25. L'assunzione di più dirette responsabilità consiste nel pagare alla Società la stiratura del ferro ad un prezzo fisso, stabilito in 6 lire a tonnellata, più una partecipazione sugli utili fatti sull'acquisto di materie prime. In cambio la Società fabbrica il ferro per conto della Banca, vendendolo «per il profitto ed a nome di questa». La Banca Generale compra quindi tutto il necessario per la produzione del ferro e si appropria delle lavorazioni operate dalla Società, pagandole una prestazione d'opera secondo un forfait. Il ferro viene poi venduto al dipartimento «Vendita Ferri» della banca stessa, di cui Pareto è responsabile nei confronti diretti del commendatore Allievi, pur restando direttore generale della Società per l'Industria del Ferro.
Un tale intreccio caotico e ambiguo, sintetizza il Busino, rivela «una versatilità nelle funzioni d'un organismo bancario, purtroppo assai pericolosa e per la banca e per l'industria»26. A fine anno il consiglio di amministrazione è infatti costretto ad ammettere che la «condizione economica della Società, che ha sempre patito difetto d'un congruo capitale circolante per causa delle continue perdite subite», obbliga a drastici provvedimenti. Quasi metà del capitale versato è stata distrutta dalle perdite d'esercizio.
A Corneto Tarquinia, in provincia di Viterbo, la Banca Generale stipula, nel 1878, una convenzione con Jacopo Bozza per «il lavoro a cottimo del ferro mercantile nella ferriera di Corneto», tenuta in affitto dalla Banca e gestita dal Bozza stesso, che possiede anche un suo stabilimento a Piombino. Il Bozza è personaggio malvisto dal Pareto a causa dei continui problemi che solleva, ed ha ingenti debiti sia con la Banca Generale sia con Pasquale Buonocore, agente unico della Società del Ferro per la piazza di Napoli. Nel carteggio del Fondo Pareto, numerosissime sono le lettere infuocate riguardanti i continui dissidi con il Bozza, che si estendono e sviluppano lungo buona parte degli anni '80, durante l'attività della Società delle Ferriere Italiane. Ma già nell'arco di tempo qui trattato, la mole di lettere riguardante il Bozza fa credere che questi sia diventato, per il giovane ingegnere, un'ossessione al pari di quella che era stata il Langer anni prima27. I tuoni e fulmini del direttore generale della Società del Ferro, e gli altalenanti rapporti col Bozza si protraggono per molto tempo, dimostrando la scarsa capacità della Banca Generale di imporre il proprio volere contro altri, che non siano piccoli azionisti. Lo stesso Pareto, così schietto e mordace, con il Bozza giunge perfino a comportarsi in modo un poco ambiguo, avendo accertato che ha a che fare con un individuo molto scaltro. Ma nella vicenda con il Bozza, destinata a durare anni e anni, il Pareto si dimostra meno "tenacino" di quanto credeva d'essere.
Gli impianti diretti dal Pareto producono ferri che vengono smerciati da agenti, i quali si occupano anche della ricerca di materia prima. In questi anni, il direttore generale si interessa sempre più di stabilire contratti per l'acquisto e la rivendita di stocks alle aste delle vecchie rotaie. Le lettere del Fondo ci danno un interessante esempio delle varie trattative necessarie per cercare di concludere buoni affari.
Nell'aprile del 1879, il funzionario della Banca stabilisce un accordo con il bolognese Ferdinando Nota, per comperare vecchio materiale in ferro su varie piazze, che «farete a nome vostro per conto della Banca Generale di Roma, dietro ordine del sottoscritto, che ha regolare procura dalla Banca Generale per rappresentarla in compre e vendite»28.
Ma già pochi giorni dopo aver stretto la collaborazione col Nota, sorgono i primi screzi: «Non capisco bene quello che volete dire scrivendo che non diamo corso alle operazioni con quella prontezza necessaria». Del resto però, in queste operazioni di compravendita «per una che ne va bene dieci non riescono»29. Il Pareto ha molta discrezionalità nel concludere contratti di compravendita di ferro, e spiega che questo commercio è «un'agenzia completamente separata dalla Banca Generale»30.
La lotta per l'acquisto di rotaie lo impegna parecchio e nella ricerca delle offerte più convenienti, si muove in varie direzioni. È questo un lavoro al limite dell'intrigo. Per valutare la fedeltà di un corrispondente a Parigi, egli chiede a un amico, banchiere della capitale francese, di fare una contro offerta in un affare che stanno trattando. Per fortuna sua, il corrispondente dimostra la propria fedeltà, avvertendolo di quanto starebbe accadendo.
Questa foga nell'acquisto di rotaie si spiega nella scarsità delle stesse, che rende agguerrita la concorrenza: «abbiamo a che fare con gente abilissima e potente di mezzi pecuniari»31. L'intento di Pareto non è quello di vincere tutte le trattative, l'importante è non abbassare mai la guardia. Una volta ottenute le rotaie a prezzi convenienti, è presto fatto rivenderle con notevole guadagno. Per questo si scandagliano le piazze più disparate, da Vienna a Pietroburgo, Bucarest, Odessa e la Spagna32. Compito di un buon agente è saper «scavar fuori dove ci sono partite di vecchi materiali disponibili»33; confessa di provare «un gran piacere»34ad occuparsi di operazioni commerciali: dal desiderio di lavorare nella metallurgia espresso quando era al suo primo impiego presso le Strade Ferrate Romane, le preferenze sono ora cambiate.
Non cambia invece il clima di abbandono in cui versa la Società. Ciononostante, il giovane vaglia ulteriori possibili progetti circa il futuro dell'impresa. Ad esempio, valuta una proposta circa lo stabilimento di «una ferriera in riva al mare». Si ripropone di toccare l'argomento con la Banca Generale: «vi sono in vendita a Lucca, laminatoi completi che si potrebbero avere per pochissimo». Ma prima di intraprendere questa iniziativa, occorre sapere se «seguitiamo a ingolfarci»35nell'affare Bozza.
La concorrenza continua a essere spietata. Quando gli stock prodotti superano un certo livello, non si evita il dumping pur di liquidare le giacenze.
Alcuni timidi tentativi per giungere ad un accordo tra le ferriere, «per evitare che una concorrenza sfrenata contribuisse a ribassare i prezzi dei ferri più ancora di quanto stesse facendo la crisi mondiale»36, sono esperiti dalla Società del Ferro già nel 1874, quando si tenta di organizzare un accordo fra produttori toscani e meridionali per vendere le quantità di ferro in giacenza attraverso gli stessi grossisti.
Ma è con l'aumento delle tariffe doganali, avvenuto nel 187837, che i produttori cominciano a consultarsi regolarmente per stabilire accordi e patti più o meno formali. È in questa situazione che, fra la Banca Generale, la ditta Raggio e la Tardy & Benech, vengono a crearsi i presupposti per un cartello dedito al rialzo del prezzo del ferro.
Il problema principale, come sempre in questi casi, è che ognuno osservi fedelmente le risoluzioni convenute. Nota il Pareto che, se mancherà la buona fede, «i concorrenti riprincipieranno subito la guerra». L'idea è di spartirsi il mercato, creando feudi in cui, per le ferriere non partecipanti all'accordo, sia impossibile vendere. Nelle piazze comuni poi, sarà facile scoprire chi viene meno ai patti stabiliti, basandosi sui dati delle vendite ai vecchi clienti.
Pur essendo un sostenitore dell'accordo, il cauto Pareto avverte che sarebbe ben difficile attaccare legalmente i trasgressori: «sono cose che davanti a un tribunale forse non si potrebbero provare e perciò tengo a fare solo accordi all'amichevole per poter riprincipiare la guerra appena siano violati». Pur valutando anche l'ipotesi di costituire un magazzino comune in certe zone, mette in guardia la direzione della Banca Generale dal rischio di abbandonare i propri agenti di vendita, una volta raggiunto l'accordo, e spiega: «Ho sempre creduto che l'essere fedeli ai propri amici è un grande elemento di successo. Se noi vogliamo avere agenti devoti, bisogna che non li abbandoniamo mai, in qualsiasi occasione»38.
Ma presto salta l'accordo con Raggio. La Società del Ferro, nel trattare una vendita di rotaie per conto della ditta genovese, deve abbandonare l'affare perché questi si rivela lento nel pagamento. Il Raggio vuole portare in tribunale la faccenda, ma Pareto è sicuro del fatto suo. Ciò non toglie che il Raggio vorrebbe concludere l'accordo del ferro, cosa che risulta, ovviamente, impossibile in questa situazione. Ma dato che nella gestione della successiva Società delle Ferriere Italiane i rapporti con Raggio e Tardy & Benech saranno positivi, si tornerà allora a discutere più approfonditamente circa un sindacato del ferro.
Un altro travaglio per il Pareto, iniziato nel momento in cui viene nominato direttore generale e continuante nel corso degli anni '80, con la Società delle Ferriere Italiane, è quello della ricerca del direttore di San Giovanni. Ne scrive alla Peruzzi perché sparga la voce fra gli amici: «Io ho bisogno di una persona che quando è entrata a San Giovanni non pensi ad altro, metta tutto il suo avvenire nell'industria del ferro e se ne occupi esclusivamente e con ardore come faccio io»39.
Nell'agosto del 1879, Felice Ponsard si dimostra interessato. E le lettere del Fondo testimoniano, a differenza di quanto creduto dal Biagianti40, che questi presta effettivamente servizio per la Società del Ferro, e non solo per le successive Ferriere Italiane. Viene infatti assunto come direttore dello stabilimento di San Giovanni. Già agli inizi del 1880 però, il Ponsard medita di andarsene, preoccupando molto il Pareto che, per legarlo all'azienda decide di aumentargli lo stipendio41. Felice Ponsard, figlio dell'ingegniere Auguste Ponsard da cui la Società ha acquistato dei forni, è uno dei pochi tecnici con cui mantiene buoni rapporti. Il direttore generale, ascolta e risponde alle preoccupazioni del francese: la situazione economica della ferriera è ancora peggiorata. Mentre nel '79 non vi era guadagno ma neanche perdita, ora «non si fa che perdere». Riconoscendo che San Giovanni è «male impiantata»42, gli rinnova la stima, concedendogli piena fiducia e ampia libertà d'azione.
Poco dopo purtroppo, il Ponsard si trova nella necessità di lasciare la direzione a causa di una malattia di cuore. Il Pareto, rattristato, si rivolge a lui per cercare qualche candidato fra i giovani ingegneri «capaci, intelligenti che non possono far carriera solo perché non vi è posto disponibile ove si trovano»43e in un'altra lettera specifica, scrivendo a un conoscente straniero, che il candidato dovrebbe aver «già fatto pratica in qualche ferriera inglese [...] in Italia gli stipendi non sono elevati come in Inghilterra [...] ma la vita è anche meno cara e sono minori le spese»44.
Seguono altre lettere a corrispondenti italiani e stranieri, ma il sostituto non si trova45. Commenta sconsolato che «è veramente un peccato che nessun giovane ingegnere italiano s'indirizzi» alla carriera nella dirigenza di una ferriera. Ma d'altronde, è «un molto mestiere faticoso» che richiede una sorveglianza continua, il giorno e la notte, pur essendo «pagata bene»46. Le condizioni per avere un buon personale, elemento estremamente importante, sono di avere o dei sotto capi «molto bravi e capaci» con un direttore giovane o di avere un «ottimo» direttore «molto pratico»47che si formi il suo personale.
La ricerca langue: è «assolutamente impossibile andare avanti così», trovare un direttore «capace a buone condizioni»48è impresa ardua.
Ma non è solo un direttore che manca, bensì «tutto un personale tecnico dirigente». Nel cercare i possibili candidati, non manca di infondere loro fiducia e senso di responsabilità. Scrivendo a un possibile disegnatore, Bertelli, e offrendogli un posto in ferriera, spiega paternamente che l'avvenire «dipende decisamente da lei»49. Finalmente, dopo tanto cercare, il direttore di San Giovanni viene trovato in casa. È Paolo Mazzucchi, fino ad allora a capo dell'associata ferriera di Mammiano. Ma anche questi finirà per entrare in rotta con il ruvido Vilfredo Pareto, aumentando la lista dei caduti per aver contrastato il suo cammino.
Dalle lettere del Fondo Pareto si scopre anche una lunga, quanto vana, trattativa con le ferriere di Piombino, in cui ricompare anche il Langer, potenziale interessato all'acquisto dello stabilimento di San Giovanni. Le lettere svelano un lato "machiavellico" del Pareto, che forse offusca un poco la sua fama di ultraliberista e uomo avverso alle concentrazioni e ai monopoli.
Lo stabilimento Metallurgico Piombino è uno dei centri siderurgici che vede la luce tra il 1860 e il 1870, in una zona particolarmente favorevole a questo tipo di attività per la vicinanza ai minerali dell\'Elba, ai giacimenti del Massetano e del Grossetano e per la facilità di comunicazioni dovuta alla sua posizione sul mare.
Noto anche come "Ferriera di Piombino" dà lavoro a ergastolani e condannati ai lavori forzati.
In una lettera marcata come riservatissima, Pareto spiega all'Allievi la proposta di una fusione con Piombino, su invito del direttore dello stabilimento Dainelli. Per i termini dell'accordo, l'avere la ferriera di Corneto potrebbe aumentare il potere contrattuale, ma con il Bozza di mezzo questa può essere un'«arma, temporaneamente, in mano alla Banca non mai una base seria della nostra industria»50. Prima di questa proposta, la ferriera di Piombino aveva dato parecchi grattacapi alla Società del Ferro, sia per la concorrenza, considerata sleale dal Pareto, attuata impiegando dei carcerati, sia per il problema degli acquisti di rotaie. Venuto meno il pregiudizio contro la Banca, e avanzata la proposta di fusione, il Pareto comincia a studiare il caso.
In un primo momento, compiendo una visita agli stabilimenti di Piombino, è confuso. Non capisce le intenzioni del Dainelli che, pur avendola proposta, quando si parla della fusione palesa solo gli aspetti negativi. Si stanca: «ho problemi più importanti da risolvere, che occuparsi di questo rebus»51. Ma poi i termini della questione diventano più chiari: la ferriera di Piombino è interessata a un'unione con la Banca, meglio se senza lo stabilimento di San Giovanni. Pareto si attiva e suggerisce all'Allievi: «Negli affari bisogna trarre partito di tutto e nelle presenti circostanze ci potrebbe essere il germe di una brillante operazione per la Banca».
Vari problemi, come un contrasto con il Fenzi circa un contratto di stiratura con la Società del Ferro, l'opzione di acquisto di San Giovanni, in cui è interessato il redivivo Langer, e la proposta dell'industria siderurgica di Piombino sembrano incastrarsi perfettamente in una soluzione azzeccata, intorno alla quale egli si improvvisa stratega: «se il Langer dovesse trovare compratori per San Giovanni e Castelnuovo, la Banca si dovrebbe ritirare subito senza pretese dal contratto di stiratura, riscuotendo i suoi crediti verso la società e facendo un utile sulle azioni della medesima». La Banca Generale, rinunciando subito alla ferriera del Valdarno, avrebbe palesemente diritto a un utile di indennità. Poi si procederebbe alla fusione con Piombino, trasportando in quella ferriera tutti i materiali vecchi. È entusiasta del progetto, e afferma baldanzoso: «[a Piombino] c'è da guadagnarsi somme enormi, anche più che a San Giovanni poiché le rotaie ci vengono per mare e ci costeranno meno rese a Piombino che rese a San Giovanni!».
Pareto dà qui prova di non poca malizia e sarcasmo. Pregusta infatti il disastro a cui andrebbero incontro i compratori di San Giovanni, dovendo riacquistare del tutto i materiali portati via dalla Banca Generale. In più, il solo fatto di non poter «evitare di avere il Langer alla testa dei loro affari», farebbe perdere agli sfortunati «non pochi denari». E addirittura, non esclude che poi, dopo qualche tempo, non venga rimessa in vendita la ferriera di San Giovanni a un prezzo «bassissimo». In quel caso, la Banca Generale avrebbe buon gioco nel riprendersi il tutto. E prospetta di pregustare un futuro di monopolista, senza temere più «alcuna concorrenza»52.
Ma tutti gli intrighi orditi dal funzionario della banca si sciolgono nel nulla. Nonostante il progetto paia «ben avviato»53, la fusione non avviene.
Anche questa vicenda è rappresentativa della contraddittoria situazione in cui si trova Pareto in tutti questi anni. Il giovane ingegnere, pur fra improperi, lagnanze e dimissioni minacciate, impiega tutti i suoi sforzi nel suo lavoro, ma non trova mai nei suoi superiori quell'interesse vivo che occorrerebbe per affrontare i problemi di un'industria siderurgica che, sin dalla fondazione e pure nella sua rinnovata veste societaria degli anni '90, ha condotto e condurrà una vita stentata, vittima dell'improvvisazione e senza alcuna seria prospettiva di successo.
La liquidazione della Società
Nel bilancio del 1878 si insiste volutamente sugli elementi che evidenziano una situazione fallimentare, per orientare i soci verso la liquidazione54. La Società si è dimostrata: «un affare intrinsecamente buono, ma sorto in un tempo disgraziatissimo e che non può risorgere per mancanza di mezzi sufficienti»55.
La decisione, imposta dalla Banca Generale, è presa il 17 maggio 1879. La proposta di liquidazione è accettata «alla quasi unanimità»56.
Viene eletta una Commissione di liquidazione, composta da Ubaldino Peruzzi, Carlo Fenzi, in rappresentanza del Banco Fenzi, da Antonio Allievi per la Banca Generale e da Oreste Ciampi e Arturo Mussini, per i piccoli azionisti57.
La Società cessa definitivamente di esistere il 31 dicembre 1880. Busino riassume sinteticamente la vicenda dell'impresa, commentando che: «Otto anni e quattro mesi d'attività scriteriata, anche volendo tener conto dell'inesperienza e delle difficoltà d'impiantare un'industria ad alto contenuto tecnologico in una regione economicamente debole e con infrastrutture quasi inesistenti, hanno distrutto un capitale importante ed hanno creato nei piccoli azionisti una solida ed invincibile fobia per gli investimenti industriali»58.
Nella liquidazione della società, è la Banca Generale a stabilire le condizioni, svalutando gli impianti, stimando per difetto le merci e il materiale e vendendo il capitale al migliore offerente. Tutto questo perché il miglior offerente è la Banca Generale stessa, che ricompera le installazioni e gli stock sotto costo, assegnandoli a una nuova società «che sarà creata ad hoc»59: la Società anonima delle Ferriere Italiane, diretta anch'essa dal Pareto. La nuova società nasce formalmente il 29 agosto 1880, e sarà caratterizzata dagli stessi limiti che hanno minato la vita della prima, dimostrando che ben poco si è appreso dalle esperienze negative trascorse.
In tutta l'operazione di liquidazione e riacquisto degli impianti e delle scorte, è il Pareto, da funzionario vero e proprio della Banca Generale, l'artefice principale. Gli pare che sia del tutto urgente liquidare l'impresa, poiché la ferriera di San Giovanni «cade da tutte le parti», i restauri sono ingenti e non arginano i danni. Bisogna arrivare «a una soluzione radicale». Ormai da estraneo, accusa: «bisogna che quei signori della società del ferro si persuadano che così non si va avanti e che se non si provvede in tempo tra breve la loro ferriera non varrà quasi più nulla»60.
Le lettere del fondo offrono numerose ed inedite testimonianze delle trame elaborate dal Pareto in quel periodo. In particolar modo, è evidenziato il contrasto che si viene a creare fra la Banca Generale e la Società del Ferro, in un girotondo di intrecci e conflitti di interesse. La cessione degli stabilimenti all'istituto non è ancora avvenuta, e Pareto osserva e prospetta varie soluzioni alla liquidazione.
Secondo il giovane, la Banca Generale, di cui sempre più rappresenta gli interessi, ha il diritto – nel caso la ferriera di San Giovanni venga venduta a terzi – a un'indennità, avendo la banca sottoscritto con la ferriera stessa regolare contratto di stiratura del ferro, valido per tutto il 1880.
Il Fenzi, che ora cura con più attenzione gli interessi della Società del Ferro, è restio a concedere tale indennità, adducendo il fatto che tra i liquidatori della Società c'è l'Allievi stesso, che però è anche direttore della Banca, Banca che ha, fra l'altro, il Fenzi come consigliere della medesima. In questo arabesco di interessi contrapposti e confusi, Pareto distingue: «tra i liquidatori non vi è il direttore della Banca e un consigliere della Banca», ma vi sono i privati Allievi e Fenzi, e questi devono sì cercare di fare per il meglio gli interessi della Società, ma tenendo conto di quelli della Banca Generale. Ritiene che il Fenzi e il Peruzzi stiano cercando di vendere alla Banca Generale gli stabilimenti ad un prezzo molto maggiore del dovuto. La sua intransigenza risulta eccessiva sia al Fenzi, vecchio banchiere e politico, sia al Peruzzi, ma anche all'Allievi. Verso la fine di giugno la Banca Generale gli ordina di partire, per affari, all'estero.
È un modo spiccio per allontanarlo e poter concludere indisturbati la trattativa.
Lo studioso Giacalone, immaginandosi chissà quali «tristi pensieri» il Pareto debba covare in quei momenti, suggerisce che un tale esempio di «umana scaltrezza», ad opera di amici fidati quali i Peruzzi e persone stimate quali il Fenzi e l'Allievi, non verrà mai dimenticato, giungendo sinanche a riversarsi «nelle future opere»61.
La Banca Generale riesce ad acquistare il tutto per 1.400.000 lire62, con il contratto di vendita stipulato nell'agosto del 1880. Ritornato a Firenze, trovandosi di fronte al fatto compiuto, Pareto continua a lamentarsi dell'acquisto di Castelnuovo e San Giovanni, comprati dalla Banca Generale a prezzo «carissimo»63. Ancora in settembre, egli si scaglia contro la Società del Ferro, accusando Fenzi e Peruzzi di aver concluso addirittura un «patto leonino» contro la Banca Generale. Dai documenti consultati, traspare che il passaggio dalla Società del Ferro alla Banca Generale dello stabilimento di San Giovanni sia stato più travagliato di quello che si conosceva. Forse mosso dallo smacco di essere stato estromesso dalle trattative, il Pareto continua infatti per varie settimane a fare le pulci all'accordo stipulato. Afferma che la Società abbia tenuto per se un'eccessiva quantità di tonnellate di ferro.
Alla luce delle delusioni subite, si chiede sconsolato, a che è servito avere così tanti riguardi verso il Fenzi in particolare e la Società del Ferro in generale. Pur non intaccando la stima per l'uomo, la risposta amareggiata e conclusiva della travagliata vicenda è: «Nulla, proprio nulla»64.
26 novembre 1877, Fondo Vilfredo Pareto, Banca Popolare di Sondrio, R02C450
G. Busino, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno, cit., p. 34
19 aprile 1874, Lettere ai Peruzzi, I vol, cit., p. 345. Solo nel 1877, come si vedrà, verrà impiantato un nuovo laminatoio più piccolo, portando un po' di beneficio, e una qualche tranquillità, al preoccupato ingegnere.
27 novembre 1873, Ibidem, p. 290
21 settembre 1874, Ibidem, p. 409
13 marzo 1881, Lettere ai Peruzzi, II vol, cit., p. 134
L. Fallani, La Società per l'Industria del Ferro; in "Rassegna storica toscana", (luglio-dicembre 1976), p. 212
10 agosto 1874, Lettere ai Peruzzi, I vol, cit., p. 393
15 agosto 1874, Ibidem, p. 395
G. Busino, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno. Contributo alla storia dell'imprenditorialità italiana, cit., p. 42. Dal Busino provengono anche gli stralci del Bilancio
6 novembre 1876, Fondo Vilfredo Pareto, Banca Popolare di Sondrio, R02C213
29 maggio 1877, Ibidem, R02C317
12 agosto 1876, Ibidem, R02C147
14 settembre 1877, Ibidem, R02C392
14 novembre 1877, Ibidem, R02C429
G. Busino, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno. Contributo alla storia dell'imprenditorialità italiana, cit., p. 49
28 agosto 1877, Fondo Vilfredo Pareto, Banca Popolare di Sondrio, R02C485
G. Busino, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno. Contributo alla storia dell'imprenditorialità italiana, cit., p. 56
G. Busino, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno. Contributo alla storia dell'imprenditorialità italiana, cit., p. 56
26 novembre 1877, Fondo Vilfredo Pareto, Banca Popolare di Sondrio, R02C450
G. Busino, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno. Contributo alla storia dell'imprenditorialità italiana, cit., p. 57
Ibidem, p. 58
18 marzo 1878, Lettere ai Peruzzi, II vol, cit., p. 14
G. Busino, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno. Contributo alla storia dell'imprenditorialità italiana, cit., p. 59
Banca Generale, Relazione del Consiglio d'Amministrazione all'Assemblea generale dei soci del 1878, Roma, 1878, p. 5 e sgg.
Cfr. G. Busino, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno. Contributo alla storia dell'imprenditorialità italiana, cit., p. 59 e sgg.
La Banca Generale aveva preso in affitto la ferriera di Corneto, dando in questa «la stiratura del ferro a cottimo» al Bozza. Ora, in qualità di affittuaria, la Banca fa stirare direttamente il ferro e questa non è più una prestazione speciale. Al più, «Per tenere calcolo della vostra [del Bozza] attività e buon volere», la Banca gli concede, fino a che ne segue la direzione, «vantaggi all'incirca equivalenti a quelli che avevate col contratto di lavoro a cottimo», maggio, 1879, Fondo Vilfredo Pareto, cit., R03C022. Il Bozza accusa però la Banca di aver stipulato due contratti, uno pubblico e uno privato, in cui gli si prospettavano vantaggi superiori a quelli ottenuti. Ma è persona di cui «non ci si può mai fidare di quello che dice!», commenta Pareto, 16 maggio 1879, Ibidem, R03C030. Ad ogni modo, il Bozza continua a vendere ferro per conto della Banca Generale, che in realtà s'interessa poco dell'affare. Il Pareto ne è scontento, e oltre ai problemi che il Bozza crea, da questa collaborazione «non ci guodagnamo niente», maggio 1879, Ibidem, R03C031
16 aprile 1879, Ibidem, cit., R03C001
3 maggio 1879, Ibidem, R03C011
maggio 1879, Ibidem, R03C038
25 Giugno 1879, Ibidem, R03C073
Cfr. 20 Ottobre 1879, Ibidem, R03C108
Ibidem, R03C117
6 Febbraio 1880, Ibidem, R03C214
2 maggio 1879, Ibidem, R03C009
G. Busino, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno. Contributo alla storia dell'imprenditorialità italiana, cit., p. 183
Ibidem, p. 160.
Fondo Vilfredo Pareto, cit., R03C040
30 marzo 1879, Lettere ai Peruzzi, II vol, cit., p. 42
Cfr. I. Biagianti, Sviluppo Industriale e lotte sociali nel Valdarno superiore (1860-1922), cit., p. 145
Cfr. 24 Gennaio 1880, Fondo Vilfredo Pareto, R03C193
15 marzo 1880, Ibidem, R03C270
11 maggio 1880, Ibidem, R03C301
Ibidem, R03C303
Fra le altre, cfr., Ibidem, R03C305, R03C306 e R03C333
21 maggio 1880, Ibidem, R03C320
7 giugno 1880, Ibidem, R03335
24 Giugno 1880, Ibidem, R03C344
8 ottobre 1880, Ibidem, R03C375
2 dicembre 1879, Ibidem, R03C167
19 dicembre 1879, Ibidem, R03C177
9 febbraio 1880, Ibidem, R03C226
23 giugno 1880, Ibidem, R03C342
I. Biagianti, Sviluppo Industriale e lotte sociali nel Valdarno superiore (1860-1922), cit., p. 52.
Cfr. Società per l'Industria del Ferro, Bilancio dell'esercizio 1878, cit.
Archivio Centrale dello Stato, Roma, Fondo Agricoltura, Industria e Commercio, cit., fasc. 55: Estratto dal processo verbale dell'adunanza del 17 maggio 1879
I. Biagianti, Sviluppo Industriale e lotte sociali nel Valdarno superiore (1860-1922), cit., p. 54
G. Busino, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno. Contributo alla storia dell'imprenditorialità italiana, cit., p. 61
I. Biagianti, Sviluppo Industriale e lotte sociali nel Valdarno superiore (1860-1922), cit., p. 55
8 novembre 1879, Fondo Vilfredo Pareto, cit., R03C125
Lettere ai Peruzzi, II vol, cit., p. 73
G. Busino, Vilfredo Pareto e l'industria del ferro nel Valdarno. Contributo alla storia dell'imprenditorialità italiana, cit., p. 72
3 agosto 1880, Fondo Vilfredo Pareto, cit., R03C364
22 novembre 1880, Ibidem, R03C400


