Vivere bene secondo regola
Cosa insegnano le abitudini quotidiane di Kant, Kafka ed Eco sul successo
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, agosto 2017
"Il genio è 1% ispirazione e 99% traspirazione" affermava l'inventore Thomas Edison. Una visione molto pragmatica della creatività, volta a sottolineare non tanto l'importanza di essere baciati da una imprevedibile e magica intuizione spirituale, quanto la capacità personale di dare seguito concreto e operoso alla stessa. Invero chiunque svolga un lavoro creativo o atletico, così come ogni persona che si trova a dover gestire una complessità di problemi nella propria occupazione, sa bene che se il talento mette le ali alle proprie facoltà, poi senza ordine, disciplina e costanza difficilmente si riescono a mantenere per lungo tempo delle alte prestazioni.
Un'eccellente maniera di strutturare le proprie capacità è quella di sviluppare delle abitudini quotidiane, piccole o grandi azioni da ripetere nei giorni che, per il solo fatto di essere periodiche e quindi di venire assimilate nel tempo, si trasformano in operazioni da compiersi con leggerezza e quasi senza sforzo. Chi sviluppa dei positivi rituali quotidiani, insomma, viaggia con l'autopilota installato e si può quindi focalizzare meglio sugli impegni e gli imprevisti che fanno da contraltare alla propria stabilità.
Lungi quindi dall'essere semplicemente un prevedibile noioso, agendo secondo un proprio ordine mentale, anziché lasciandosi solamente guidare dal flusso degli eventi esterni, si diventa come in grado di adattare la realtà a proprio vantaggio, creando una sorta di stabilità mentale capace di proteggere dalle continue incertezze della vita.
Il rischio, va da sé, è quello di diventare pedante, ma chissà se Immanuel Kant sarebbe stato in grado di rivoluzionare la filosofia, se non si fosse attenuto al proprio programma di azioni quotidiane ben scandite. Ce ne parla Mason Currey in "Rituali quotidiani", una godibile raccolta di gesta di famosi abitudinari che, anche grazie a questa loro caratteristica, sono riusciti a eccellere nei propri campi d'azione.
Kant in ogni momento della giornata si dedicava a qualcosa di preciso. I suoi vicini, quando lo vedevano oltrepassare la soglia di casa con il bastone e il mantello grigio, sapevano che l'orologio della cattedrale di Königsberg avrebbe segnato in quel momento le quindici e trenta. Ma la giornata dell'autore della Critica della Ragion Pura iniziava molto prima, esattamente alle cinque di mattina, quando veniva svegliato dal suo aiutante, un vecchio soldato in pensione che aveva l'ordine preciso di non permettere al filosofo di appisolarsi un minuto oltre. Per colazione due tazze di tè e una fumata con la pipa, così da rilassarsi e meditare. Poi scrittura e preparazione delle lezioni all'università, che teneva dalle sette alle undici di mattina (sveglia presto anche per gli studenti, quindi).
Seguiva la visita in un ristorante per quello che sarebbe stato il pranzo principale della giornata, poi la famosa passeggiata e infine la visita all'amico Joseph Green, un commerciante di origini inglesi peraltro noto pure lui a causa dell'estrema puntualità, pare al punto tale da aver ispirato una commedia di Theodor Gottlieb von Hippel intitolata L'uomo secondo l'orologio.
I due amici erano soliti conversare fino alle sette di sera, sebbene nei fine settimana si concedessero qualche chiacchiera in più, finendo alle 21. Infine, in casa Kant alle dieci di sera si spegnevano tutte le luci: era il tempo di coricarsi.
Tutta un'altra vita quella di Franz Kafka che, dovendo lavorare come impiegato di giorno, si ritagliava a notte fonda preziosi momenti per mettere su carta le sue celebri storie grottesche. Kafka descrive con dovizia di particolari la sua giornata in una lettera all'innamorata Felice Bauer, spiegandole che "il tempo è poco, le mie forze limitate, l'ufficio un orrore, l'appartamento rumoroso e, se non è possibile vivere una vita piacevole bisogna arrabattarsi con qualche manovra". L'autore de Il Processo trascorreva i giorni feriali dalle otto di mattina fino a circa le due e mezza di pomeriggio nell'odiato ufficio, a cui seguiva un'ora dedicata al pranzo. Poi un tentativo, spesso destinato a rimanere tale, di recuperare le forze gettandosi a letto per rimanerci fino alle 19:30. Seguivano dieci minuti di esercizi nudo alla finestra, un'ora di camminata da solo o in compagnia del fido Max Brod, cena in famiglia, infine tra le 22:30 e le 23:30 il momento agognato, quello in cui genitori e sorelle si coricavano, lasciandolo in pace a scrivere fino anche alle tre di notte. Deposta la penna la giornata di Kafka tuttavia non era ancora conclusa. Era infatti questo il momento per gli ultimi esercizi fisici e la pulizia corporea, cui seguiva un riposo spesso difficile e agitato (sebbene a Gregor Samsa, il protagonista de La metamorfosi, andò anche peggio, perché un giorno si svegliò da un sonno complicato vedendosi trasformato in un insetto).
Chissà perché nel libro di Currey sono pochi gli italiani abitudinari. Uno di questi è Umberto Eco. Perché sebbene il professore affermasse che gli era impossibile seguire una routine, in realtà la sua scrittura non era così soggetta a umori temporali come voleva far credere. O, quantomeno, Eco si dava una regolata ogni volta che trascorreva del tempo presso la propria residenza di campagna a Montefeltro. Qui, di fronte al paesaggio collinare che tanto amava, iniziava le sue attività dando uno sguardo alla posta elettronica, leggiucchiando qualcosa e poi scrivendo fino al pomeriggio. Andava poi in centro per farsi un bicchiere al bar e leggere i quotidiani. Al ritorno, come uno di noi, si piazzava davanti alla televisione per guardare un film. Dalle undici a circa le due di notte si dedicava ancora all'attività intellettuale.
Poteva trascorrere le giornate con una certa regolarità perché in campagna non era disturbato, mentre a Milano o quando insegnava a Bologna si doleva di non essere padrone del proprio tempo: "C'è sempre qualcuno che decide cosa dovrei fare".
A causa degli impegni così fitti che lo assalivano, Eco si era abituato a focalizzarsi in maniera estrema anche solo per pochi secondi. Quelli, ad esempio, che trascorreva in ascensore, ma non solo: "Posso lavorare anche sul wc, in treno. Quando nuoto produco molte cose, soprattutto al mare. Meno quando sono in vasca da bagno, ma anche lì qualcosa".
Ma il campione assoluto di una vita organizzata è forse Benjamin Franklin, inventore e studioso dell'elettricità. Nella sua Autobiografia egli racconta di aver ideato uno schema per raggiungere la "perfezione morale" secondo un programma lungo tredici settimane. L'idea di base era di focalizzarsi per sette giorni interi sull'esercizio di una precisa virtù, al fine di interiorizzarla per renderla un'irrinunciabile abitudine. Pare uno scherzo, ma non lo è. Chiunque ad esempio si dedichi con costanza a un'attività fisica - che prima di un corpo prestante richiede innanzi tutto una predisposizione della mente alla fatica e all'impegno - avrà provato infatti l'esperienza di un inizio faticoso che, se prolungato con regolarità nel tempo, diventa un esercizio ricorrente della settimana. Non più una tortura fisica ma un godibile momento necessario al proprio benessere psicofisico.
Inutile aggiungere che Franklin, oltre al corso personale per raggiungere la virtù, stilò anche un dettagliato schema di come trascorrere la propria giornata, assumendo tra l'altro l'abitudine a fare bagni di aria fredda.
L'importante - è quello che si ricava dalla lettura di questi aulici esempi - non è infatti di finire a scimmiottare abitudini altrui con la speranza di acquisire le capacità di terzi, bensì comprendere cosa si vuole ottenere per il proprio benessere e a quali esercizi, fisici e mentali, sia opportuno dedicarsi per generare il proprio individuale ordine mentale e la propria regola di vita.
Mason Currey, Rituali Quotidiani, Vallardi Editore, 270 pagine, 2016.


