Was ist Italienisch?
Un'intervista al cardinale Gianfranco Ravasi su fede, santi e arte italiana
Pubblicato su ADESSO, settembre 2017
Il Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, pur essendo un uomo di sterminata conoscenza, è capace di trasmettere il proprio sapere in maniera sempre comprensibile e avvincente. Prova ne sono i suoi volumi di divulgazione religiosa che affiancano le pubblicazioni accademiche dedicate all'interpretazione della Bibbia. Tra le molte lingue che conosce, alcune antiche le ha imparate usando gli unici strumenti rimasti per apprenderle: antiche ricette sulla preparazione delle locuste.
Lei ritiene si possa parlare di un carattere italiano o di un approccio italiano alla religiosità? Di un modo italiano di vivere la fede?
Ogni contesto umano è segnato da una propria cultura, da tradizioni e costumi, da linguaggi e comportamenti tipici, derivanti dalla storia di quel popolo o di quella comunità territoriale. Riguardo all’esperienza di fede ci possono essere approcci diversi, che corrispondono ai caratteri fondamentali di un popolo. Ci può essere, perciò, un’attenzione maggiore ai contenuti con l’accento sulla dimensione razionale, oppure può svilupparsi una prospettiva in cui viene accentuata la dimensione affettiva o emotiva, espressa attraverso la relazione personale e il sentimento. La religiosità popolare, tipica delle comunità cristiane dell’Italia, riflette proprio questa seconda tipologia. Essa ha un profondo legame con la storia religiosa dell’Italia: l’influsso degli Ordini mendicanti e di figure straordinarie come s. Francesco, s. Antonio da Padova, s. Domenico etc. arriva sino ai nostri giorni. Alcune manifestazioni tipiche della religiosità italiana nascono proprio per l’opera di questi santi e si manifestano, ad esempio, col presepe, con la via crucis, con la preghiera del rosario, caratteristiche che si sono, però, diffuse anche nelle comunità cristiane di ogni parte del mondo.
Spesso gli stranieri, tanto più se non di fede cattolica, si stupiscono del profondo legame degli italiani verso i Santi e del modo talvolta quasi amicale con il quale si rivolgono a loro. Quali i motivi secondo Lei di tale devozione?
Proprio l’approccio prima descritto, come pure l’emergere, sempre costante nei secoli e in ogni parte della penisola, di tantissime figure di grande rilievo per la loro santità, porta gli Italiani a vivere un vincolo profondo, sia religioso sia familiare e amichevole, con i Santi ma soprattutto con la Vergine Maria. Ne è riprova la fitta rete di santuari, ma anche di chiesette e cappelle, di edicole e “madonnelle” che in ogni parte d’Italia, nelle grandi città come nei borghi più sperduti, manifestano la continua devozione del popolo verso Maria e i santi, particolarmente quelli più vicini al territorio, come i patroni delle città, delle professioni e delle varie categorie lavorative.
Dopo secoli di italianità, gli ultimi pontificati sono caratterizzati da un Santo Padre non italiano. Quanto incide il carattere nazionale nel modo di condurre la Chiesa da parte del Sommo Pontefice?
Direi che la nazionalità di un Pontefice incide relativamente sullo stile del pontificato. Infatti chi viene eletto Pontefice, Vescovo di Roma, sa che la sua guida pastorale è rivolta a tutta la Chiesa, che è “cattolica” proprio perché sparsa in ogni parte della terra e non connotata nazionalmente. Più che la nazionalità in quanto tale può incidere, sullo stile del pontificato, la sensibilità personale, la visione e la preparazione acquisite nell’esperienza pastorale precedente.
In Italia recentemente si è visto diffondersi un fenomeno curioso, quello degli "atei devoti", ovvero di personaggi spesso illustri che, senza essere credenti, prendono posizioni talvolta spiccatamente clericali. Come mai? Quale giudizio dà a questo fenomeno?
Bisogna innanzitutto ricordare che gran parte di questi cosiddetti “atei devoti” provengono da una formazione, familiare o scolastica, cristiana, che emerge inevitabilmente in alcuni momenti o situazioni cruciali. Particolarmente sotto il pontificato di Benedetto XVI, che aveva voluto dialogare “allargando gli orizzonti della razionalità”, alcuni intellettuali “laici”, o figure di spicco del mondo sociale e politico, hanno voluto superare lo steccato di stampo illuministico e aprire un dialogo con la Chiesa sui temi fondamentali dell’esistenza. Non va, comunque, trascurato il fatto che talvolta tali aperture erano strumentali e motivate da interessi di carattere politico o personale.
Nei suoi duemila anni di Storia la Chiesa cattolica ha prodotto una cultura altissima. Per chi volesse immergersi in un percorso di scoperta tra fede ed arte al di là dei percorsi assoluti e obbligatori quali Michelangelo e Dante, quali autori lei consiglierebbe di approfondire?
Gran parte degli artisti, appartenenti ai diversi ambiti, hanno operato nei secoli su committenza della Chiesa e si sono occupati di tematiche religiose, almeno fino all’epoca dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese. Guardando agli artisti delle epoche più vicine alla nostra, e che hanno avuto un significativo rapporto con la religiosità, penso ad esempio ad Alessandro Manzoni, con l’opera letteraria più notevole dell’Ottocento italiano, I Promessi Sposi, e, ancor più vicini a noi, a due poeti, Giuseppe Ungaretti e Mario Luzi, che hanno saputo riflettere sulla dimensione religiosa con il linguaggio della contemporaneità.
Quale è l'opera d'arte italiana che lei più ama tra quelle conservate nei Musei Vaticani?
La visita ai Musei Vaticani ci mette dinanzi a un numero straordinario di capolavori assoluti, appartenenti alle diverse espressioni artistiche e provenienti da contesti storico-artistici più disparati. Non è certo semplice scegliere, e amare, una sola opera. Tuttavia, dovendo selezionarne qualcuna, la mia attenzione si rivolge soprattutto a due opere: la volta della Cappella Sistina, affrescata da Michelangelo, e la Deposizione di Caravaggio, esposta nella Pinacoteca. Due opere molto diverse tra di loro, ma certamente insuperabili nella loro concezione e nella straordinaria qualità dell’esecuzione. Va sottolineato, però, che tali opere sono considerate capolavori assoluti non solo dal punto di vista estetico, ma anche per il profondo contenuto di carattere religioso, anzi teologico, che comunicano. La volta della Sistina è una rilettura e una esegesi di straordinaria profondità dei primi capitoli del libro della Genesi, con rimandi sia alla conoscenza della Scrittura e alla teologia del tempo, sia alla visione della Chiesa e del Papato che si voleva trasmettere. E la Deposizione di Caravaggio, in cui non mancano riferimenti all’opera michelangiolesca, non solo guarda al naturalismo estetico ma attinge alla “teoria degli affetti”, particolarmente efficace in epoca barocca: l’immagine, in questo caso posta sull’altare, doveva suscitare sentimenti ed emozioni profonde nel fedele che contemplava l’opera, spingendolo alla compunzione e alla partecipazione intima alle sofferenze di Cristo.


