Würstel connetion
Il giornalista Jürgen Roth denuncia l'infiltrazione mafiosa sottovalutata in Germania
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 22 febbraio 2009
Il 15 agosto 2007 la Germania ha imparato una nuova parola: ‘ndrangheta. Fino ad allora molti tedeschi pensavano che la criminalità organizzata fosse un problema di competenza esclusiva del nostro Paese. I sei cadaveri fuori dal ristorante Da Bruno a Duisburg hanno incrinato quelle confortanti illusioni. D’altronde il 90% dei locali italiani su suolo tedesco paga una qualche forma di pizzo, come afferma Giorgio Basile, spacciatore e pluriomicida catturato undici anni fa nell’Algovia. Ora vive in Italia come pentito sotto protezione mentre in Germania è uscita la biografia della sua esistenza mafiosa a cavallo tra Calabria e Nordreno-Westfalia.
Sebbene dopo il massacro di Duisburg la cooperazione tra Italia e Germania si sia intensificata, tuttora la polizia tedesca tende a sottovalutare la criminalità organizzata attiva in casa propria. Secondo Jörg Ziercke, presidente dell’Ufficio Federale del Crimine, «da noi non esistono strutture come in Italia, quindi in Germania non c’è la mafia». Affermazioni riportate con forte disagio dal giornalista investigativo Jürgen Roth in Mafialand Deutschland (Eichborn, Francoforte 2009, pagg. 320, € 19,95), il suo ultimo libro pubblicato in questi giorni in Germania e frutto di un’osservazione lunga un quarto di secolo sul fenomeno Mafia al di là delle Alpi.
L’onorata società, spiega Roth a Il Sole 24 Ore, è presente nel suo Paese dai tempi della prima emigrazione di lavoratori italiani. Se la Camorra si è stabilita soprattutto in Assia e nella Renania Palatinato, Cosa Nostra è attiva su Colonia mentre la ‘Ndrangheta si muove tra Baviera, Baden-Württenberg, Nordreno-Westfalia e le regioni dell’Est, per un giro di affari stimato intorno ai 150 miliardi di euro. Ed è soprattutto in questi territori che, tramite acquisizioni immobiliari e apertura di ristoranti, si è spinta maggiormente l’infiltrazione mafiosa dalla caduta del Muro in poi. Sassonia, Meclemburgo-Pomerania e Turingia costituiscono infatti il terreno di espansione più congeniale per riciclare il denaro minacciato in Italia dalle confische dell’antimafia, oltre a rappresentare un’ottima base di lancio verso i Paesi dell’ex Cortina di Ferro.
Lo sa bene Petra Reski, corrispondente di quotidiani tedeschi da Venezia, che l’anno scorso a Erfurt in Turingia è stata oggetto di pubbliche intimidazioni mentre presentava il suo libro Mafia (Droemer, Monaco 2008, pagg. 335, € 19,95), contenente alcuni passaggi relativi a un celebre ristoratore della zona. «Si alzarono molti italiani e mi insultarono dandomi della mafiosa. Fu davvero una situazione irreale. I tedeschi presenti erano sconcertati. Dopo la lettura vennero a parlarmi tante persone, tra cui anche degli italiani che avevano capito molto bene cos’era successo e mi chiesero preoccupati se ero venuta da sola a Erfurt e se dovevano accompagnarmi in albergo». L’episodio non è comunque servito ai politici tedeschi per fare ammenda della loro miopia. Leggerezza, rimozione o distrazione a causa di altri pericoli, come quello del terrorismo islamico? Jürgen Roth di una cosa è certo «l’infiltrazione strisciante di strutture criminali nella società tedesca viene semplicemente ignorata».
D’altronde lo stesso diritto penale vigente in Germania costituisce un limite all’azione di prevenzione contro il crimine organizzato. «In Germania l’associazione mafiosa non è reato» fa notare la Reski. «Fino a quando un mafioso riconosciuto come tale in Italia non commette un delitto, nella Repubblica Federale è considerato un cittadino integerrimo, né può essere intercettato nella propria abitazione o in locali pubblici (come i ristoranti!). E al contrario dell’Italia dove i pubblici ministeri sono indipendenti» – quantomeno sino alla prossima riforma della giustizia – «in Germania sottostanno alle indicazioni del Ministro degli Interni».
Un altro motivo strutturale che impedisce un’azione uniforme ed efficace della polizia tedesca contro la mafia, stigmatizza Jürgen Roth, è la divisione federale delle competenze. «In Baviera la criminalità organizzata viene osservata e perseguita con efficiacia da decenni. Si lavora preventivamente. I funzionari sono motivati e coperti alle spalle dalla politica. Questo non è il caso della Sassonia o della Turingia».
Ma i pericoli per la società tedesca non arrivano solo dalla mafia italiana. Secondo Jürgen Roth dietro l’apparente sicurezza della Repubblica Federale, uno Stato in cui raramente il crimine di strada agisce in maniera spettacolare, si muovono nell’ombra numerosi rapaci. Tra questi la rete di stampo mafioso tessuta dagli ex membri della STASI, i servizi segreti della defunta DDR. «Nei nuovi Länder dominava un sistema dittatoriale sostenuto dalla nomenclatura del Partito Unico e dalla STASI. Dopo la Riunificazione essi si sono privatizzati e hanno trasformato il loro dominio da politico in economico». Oltre alla Storia poi, anche la geografia rende la Germania un terreno d’invasione particolarmente propizio per il crimine organizzato. La mafia italiana si trova infatti a spartirsi il territorio con le “onorate società” provenienti dal mondo slavo. «Ma il concetto di mafia russa è sbagliato» precisa Roth «poiché in Russia non esiste una divisione tra istituzioni statali e strutture criminali. Nelle mie ricerche spiego come il servizio segreto russo FSB intessa stretti rapporti con persone e strutture criminali qui in Germania e in Europa». Relazioni criminali finalizzate tra l’altro al controllo dell’energia e delle materie prime, leve ottimali per esercitare poi pressioni a livello politico.
Accuse severe, quelle lanciate da Jürgen Roth alla compagine delle organizzazioni mafiose presenti in terra tedesca. E pericolose, viste le intimidazioni di cui già è stata oggetto la sua collega.


