Nel 2010, durante le riprese del mio primo documentario, andai a visitare i cimiteri di Monaco di Baviera. Non era morto nessuno: cercavo il mio. Ero certo che in questa città avrei vissuto e sarei morto, e mi sembrava ragionevole scegliere per tempo l’indirizzo definitivo.
Il camposanto più comodo, il più vicino a casa, era il Westfriedhof. Scoprii però che avrei avuto come vicino di tomba un tizio poco raccomandabile, Ernst Röhm, il capo delle SA che Hitler fece fucilare nel 1934. Rimandai la scelta a data da destinarsi.
Racconto questa storia perché tempo fa un amico mi ha posto la domanda più semplice e più difficile che mi sia stata fatta negli ultimi anni: perché hai deciso di andare a vivere a Bormio?
Oggi, con l’impresa di traslochi alla porta, gli devo una risposta.
Provo a darla qui, anche a me stesso.
La prima scintilla scoccò circa dieci anni fa. Un vicino aveva comprato l’appartamento sopra il mio; dopo sei o sette anni, con mia sorpresa, lo rivendette per trasferirsi in Francia. «Non si può vivere vent’anni nello stesso posto», mi disse. Non gli credetti. Ma la frase rimase piantata dove non potevo estirparla.
Poi se ne sono andati i miei genitori, prima mio padre, poi mia madre. Il giorno in cui ho seppellito mia madre ho pianto, e ho capito solo dopo perché: con lei stavo seppellendo le mie radici, l’ultimo filo che mi legava all’Italia e alla Valtellina, alle mie montagne, da cui me n’ero andato nel 1993. La mia terra, a lungo guardata da lontano con fastidio, mi stava lentamente ritornando cara.
Infine, il luglio di un anno fa, ho avvertito per settimane un disagio sempre più forte, finché ho dovuto accettare ciò che non avrei mai creduto possibile: il mio amore per Monaco si era consumato, sopito e infine spento. È stato uno choc. Per mesi avevo negato questo sentimento montante. Infine ho capito: era come se stessi vivendo sotto lo stesso tetto con una persona non più amata. Rispettata, sempre. Ma verso cui il cuore non mi batteva più.
Mi sono difeso con le obiezioni della ragione, che erano tante e tutte solide: lo stravolgimento dei progetti di una vita, le implicazioni economiche, fiscali, amministrative di un trasloco fra due Paesi, guidando una società di produzione documentaristica. Appurato che le argomentazioni razionali lasciavano il tempo che trovavano, ne ho parlato con mia moglie, che come sempre mi aveva capito prima che io capissi me stesso. Restava solo da realizzare l’“adaequatio rei et intellectus”: e quindi traslocare.
Ma la domanda era anche un’altra: perché proprio Bormio? Perché la conca di Bormio custodisce i momenti più belli della mia infanzia. Le estati in cui scorrazzavo per le viuzze del paese, libero come non mi era concesso altrove; le settimane intere passate da adolescente a leggere Kafka, d’agosto, a milleduecento metri. E perché quella conca è terra di uomini liberi, la Magnifica Terra: si racconta che già nel Trecento i bormini pagassero un maestro perché i figli non crescessero da servi, e che sopra una certa quota chi possedeva terra non rispondesse ad alcun padrone. Non so quanto sia storia e quanto leggenda; so che ci credo volentieri.
Nell’estate del 2021 ho preso in affitto un appartamento, per scoprire che a Bormio si vive benissimo: Internet mi permette di lavorare come fossi nel mio studio di Monaco. Anzi, allora la banda era più veloce in mezzo alle Alpi italiane che in una grande città tedesca. Ma qui non voglio infierire sulle carenze strutturali del mondo digitale germanico.
Il mio è un mestiere di nicchia dentro una vita di nicchia: documentari, cultura, nessun tema alla moda. Non frequento i salotti; per quelli dovrei stare a Berlino, o a Roma. Vivo al margine e compio incursioni al centro, e per farlo la mia stanza di Bormio vale quella di Monaco. Lassù ho conosciuto persone che dopo una vita in California hanno lasciato tutto per tornare in Valtellina, e le loro storie hanno smesso presto di sembrarmi strane.
E poi c’è mia figlia. Non voglio che cresca dentro le virtù che la Germania mi ha insegnato ad ammirare: disciplina, dovere, serietà, puntualità. Sono virtù vere, ma secondarie. Le virtù prime hanno altri nomi: il calore, l’ironia, la generosità. Meglio allora crescerla in Italia parlandole tedesco, che rimanere in Germania parlandole italiano. Soprattutto, voglio darle la Valtellina che ricevetti io da bambino, ma potenziata, libera, incondizionata: portarla su un vecchio Land Rover lungo i sentieri dell’Alta Valtellina e camminare con lei a duemila metri. Passeggiare tra i vigneti di mezza costa dove si produce il Sassella. Sciare lungo la Pista Stelvio arrivando dal 3000 fino in paese (climate change permettendo).
E poi, lo confesso, il cielo. Nel mio primo documentario un amico dice che a Monaco gli manca la luce di Trieste; per anni mi sono chiesto perché a me non mancasse niente. Adesso lo so. Non sopporto più il cielo lattiginoso che per tanti anni ho visto dalla mia finestra; non mi manca il freddo, perché tra le Alpi è freddo come e forse più che a Monaco. Mi manca il sole, quel sole che anche nei giorni d’inverno in Italia ha meno timore di apparire. Soprattutto: non riesco più a vivere una vita priva di primavera. In Germania l’estate è breve e affascinante, l’autunno splendido, l’inverno lungo e tenace; la primavera non esiste proprio. Ho bisogno di primavera. Ho bisogno dei sapori, degli odori, delle speranze che rinascono, delle ragazze in bicicletta in gonna corta sul pavé di Milano che vedevo quando studiavo alla Bocconi. Lo so che le studentesse universitarie a Bormio non si trovano, e io ormai non le guardo più, ma lasciatemi i ricordi.
In questa mia seconda parte di vita ho bisogno anche di qualcosa di molto importante, raro in Italia e ancor più in Germania. Ho bisogno di persone che apprezzino una battuta senza doverla programmare, che abbiano i miei stessi riferimenti storici, geografici, sentimentali. In Germania posso parlare di quasi tutto ciò che è serio; ma la vita ha bisogno anche del sorriso e della pancia: non solo di Merkel, anche di un po’ di Berlusconi. Forse è una capitolazione. Ma è così.
In Germania continua ad operare anche la mia società di produzione, e questo nonostante enormi difficoltà amministrative e fiscali: l’Europa unita si ferma di fronte al fisco nazionale. Non voglio nascondere le paure. Il Paese che lascio è in affanno: l’energia a buon mercato non c’è più, il modello che esportava benessere si è inceppato, e a settembre, in un Land dell’Est, i sondaggi danno largamente primo un partito che coi fantasmi del passato non ha mai davvero chiuso i conti. Vedere così la Germania mi addolora, come mi addolora la fatica di una persona che ho amato. Le auguro di rifiorire: le risorse non le mancano. Se invece i tempi si facessero davvero scuri, l’alta montagna resta da sempre il luogo dove l’invasore arriva per ultimo, e dove nasce la resistenza. Lo scrivo sorridendo. Ma non del tutto. Per contro, l’Italia non è la terra promessa. Anzi. Ma ho fatto una scelta.
E come ogni scelta vera, anche questa porta con sé un rischio, e delle rinunce.
Voglio pensare a questo nuovo viaggio in positivo. Non parto da Monaco: torno a Bormio. La prima rimarrà sempre nel mio animo: è qui che sono cresciuto, passando da ragazzo a uomo. Ora però è il momento di andare.
Anzi, è ora di tornare.







Sentimento condiviso. In bocca al lupo!
"Ho bisogno di persone che apprezzino una battuta senza doverla programmare, che abbiano i miei stessi riferimenti storici, geografici, sentimentali."
Da valtellinese "reshored" a Valdisotto 3 anni fa ti capisco benissimo! Complimenti per la scelta coraggiosa, nasceranno una quantità di progetti e di cose nuove, ne sono sicura. Ad maiora!