Ivo, ti manca il tabarro?
Parecchio, anche se ormai non è più tempo di tabarro. Le estati durano talmente tanto che esondano l’estivo come categoria: il tabarro è dentro di me, il tabarro inside.
La legge morale è sopra di te e il tabarro intorno a te.
Il tabarro, ma anche il Loden, tutti quegli apparati di vestizione legati alle stagioni come si deve, e non a questa eterna estate che esonda, colonizza, annette e sovrasta tutte le altre stagioni: fanno sì che il tabarro sia una specie di appiglio, un’idea consentita di fuga in una società sorvegliatissima e meteorologicamente cadenzata, da temperature sempre più scottanti. Puoi pensare al tabarro sapendo che difficilmente potrai reindossarlo, però è l’utopia: ci vuole sempre un appiglio che vada oltre una quotidianità burocratizzata e sclerotizzata. E allora ben venga il tabarro, per resistere a questa stagione, la più totalitaria che esista.
Il tabarro, o lo Janker per chi frequenta la Baviera, o il Loden: a ben pensarci sono indumenti che ti chiudono, ti abbottonano, ti tengono al caldo. L’estate invece è la liberazione. E tu mi stai raccontando l’idea opposta: il tabarro come libertà e l’estate totalizzante come costruzione?
Certo. L’eleganza, l’ordine, il senso di considerare le cose è dato dal capospalla. L’estate è una cosa un po’ grossolana: queste caviglie aperte, l’ennesima accelerazione incontrollata, i corpi quasi ustionati, queste braccia nere tatuate che come murene escono dall’acqua, o che te le ritrovi vicino sul treno. L’estate è un guazzabuglio, e io provo a metterci sopra un capo che ti copre.
Qui e anche sui social tu inveisci contro il caldazzo. Ma senza l’estate ci sarebbe il pop? Tu ti occupi di pop… e detesti l’estate?
Innanzitutto mi allineo al più grande studioso di pop in assoluto, Tommaso Labranca, che proprio teneva a dire di detestare agosto. Quindi non è vero che il pop sia legato all’estate. Io mi allineo e trovo conforto in quello che ritengo il sommo, il Tommaso d’Aquino del pop, la Summa pop, di cui ho letto perfino i risvolti delle cartine dei Chupa Chups, di cui andava golosissimo. Labranca confutava l’idea che il pop fosse il nazional-popolare. Naturalmente, storicamente, sono io il primo a dire che in Italia il pop dà le canzoni estive in spiaggia, si declina con l’estate. In Italo Disco parlo di quelle estati invincibili e infinite degli Anni Ottanta. Ma quelle non sono più le estati attuali.
L’estate non è più quella di una volta?
Assolutamente sì. Da almeno trent’anni non è più quella di una volta. C’è una grande retorica sull’estate. Intanto non c’è più il segno televisivo che annunciava l’estate: non c’è più il Festivalbar, il Vota la Voce. Per me l’estate era l’attesa, da adolescente a Bologna, di andare a Vota la Voce in Piazza Maggiore. Quella non c’è più. E poi ormai l’estate è ovunque, la cantano tutto l’anno, e così si è quantomeno dimidiata, depotenziata: è l’ennesimo mito di cartapesta che resiste, ma non ha più un’invincibilità. Adesso non riusciremmo a girare un Mercoledì da leoni: cambierebbero i presupposti. Non potresti fare Sapore di mare, né l’uno né il due, perché non è più estate.
E le vacanze di Natale?
Le vacanze di Natale, Cortina, una loro persistenza ce l’hanno. È un’opera al contrario, per contrasto. Ma in realtà, quanto è durata adesso l’estate vera?
In Germania, dove mi trovo io, dicono che duri solo due settimane…
Esatto. C’è l’overtourism, che ha cambiato l’estate. C’è il fuso, c’è Ryanair, c’è il low cost che ha cambiato l’idea d’estate, e c’è la miseria che ha cambiato l’idea d’estate. Io mi volevo godere, da “desertista”, la città svuotata di agosto, e temo invece che sarà piena. La verifica è spannometrica, come dicono quelli bravi, a naso, come dicono i professori. Molti restano in città. Gli Equipe 84 e Giuliano Palma non potrebbero più cantare Tutta mia la città? La canterebbero, ma non verrebbero capiti.
Cerchiamo allora di capire il libro dedicato a un argomento molto specifico, la Barbie. Perché l’hai scritto?
Nasce perché volevo fare una profezia. Ho sempre detto che avrei scritto le cose importanti purché in tempi non sospetti. Non piacendomi l’attualità, non avendo mai letto un libro di cronaca di nessun tipo, mi hanno sempre interessato i ricordi pomeridiani, i pomeriggi di gioco, le feste, le situazioni da bambini, ma anche da povera gente. Mi ha sempre interessato quest’oggetto, questa star, questa bambola. Non volevo scrivere un saggio: volevo essere profetico. Non è un merito, non voglio lodarmi, però sono contento perché nella quarta di copertina volli definirmi “sociologo pop”, una bestemmia per l’epoca.
Qual era la profezia da te annunciata?
L’immaginario imbambolato, che la Barbie avrebbe dettato. Io, vent’anni fa e passa - nel 2000, quindi ventisei anni fa - avevo già capito che avrebbero fatto un film femminista su Barbie, nonostante fosse diventata uno degli oggetti di critica del femminismo. Sapevo che Barbie si sarebbe coniugata a certe definizioni di capitalismo.
Quindi più che Barbie femminista, Barbie capitalista?
Sì, esatto, o turbocapitalista, o pre-trumpiana, non lo so, comunque più pre- e non post. Volevo essere profeta, in patria ovviamente. Poi l’editore dell’epoca mi inserì nella collana gialla, quella sui nomi trash, camp eccetera. Ma io volevo in realtà fare una professione di pop, perché sapevo che il pop sarebbe diventato il grimaldello, la categoria, la fenomenologia fondamentale per capire - non dico tutto, ma molto - di quello che stava succedendo e che sarebbe successo.
Quindi una metonimia: la Barbie come simbolo del pop.
Un’anabasi pop.
Detto in maniera semplice, come se fossimo su una malga a mangiare pane e salame: che cosa è successo, Ivo, di quello che profetizzavi?
Bella la malga! Innanzitutto la plastificazione. L’immaginario di plastica: la plastificazione da silicone, da beauty, non chirurgica ma da chiromanzia estetica sui corpi. E la plastificazione dei sentimenti: lo storytelling - basta scorrere le classifiche dei libri - la plastificazione degli stati d’animo, la fase di trasformazione dei social network, dei social media, di Instagram. La Barbie l’aveva capito molto prima. Barbie precorritrice, antesignana di un mondo plastificato nel quale saremmo stati avvolti? Una Barbie argonauta della plastificazione.
Gli argonauti, da te, li avevo già sentiti…
È una figura che mi ha sempre affascinato molto, la mitologia degli argonauti: mi è rimasta più delle altre. La tensione argonautica mi ha sempre affascinato e la uso molto. Perché vanno in posti dove nessuno era mai andato, come Barbie, no? Barbie va a occupare una posizione dell’immaginario impensabile per una bambola. Tra l’altro è un plagio, perché Barbie esisteva già in Germania: era una bambolina che si vendeva negli spazi dei soldati americani, e Ruth Handler, col marito, si ispirò a quella e la trasformò in Barbie. C’è l’heroin chic, che è Kate Moss: c’è Barbie prima di Kate Moss. C’è il gioco del corpo, la modularità del corpo, l’intermodularità del corpo. Il corpo come valore assoluto della postmodernità, chiave d’ingresso di un postmoderno.
Se tu avessi una figlia piccola, come capita a me, gliela daresti la Barbie, o la terresti lontana?
Mila è molto piccola, la terrei ancora lontana. Un po’ come da ragazzo: bene internet, i social un po’ meno. Insomma, adelante con juicio, con massimo giudizio.
Adesso però parliamo di cose serie. L’estate, da bambino: Calippo o Biscottone?
Da bambino, Biscottone. Cioè tutti i biscotti gelati, non i coni: il biscotto gelato. E mi piacevano molto le bomboniere gelate, quelle sì.
Le battute sul Biscottone ti facevano ridere?
No, mai fatto ridere, però le leggevi a voce alta, era una specie di focolare, quando scartavi queste cose. Ma il primo contatto coi gelati, anagraficamente, era il ghiacciolo: l’estate era il ghiacciolo. Ricordo mio padre che mangiava il ghiacciolo e un po’ si accendeva le sigarette. Il calendario del gommista, insomma, le prime cose che denotavano una casa.
Come passavi tu, Ivo, i pomeriggi d’estate degli anni Settanta?
In casa, perché avevo i genitori che lavoravano. Li passavo in casa con mia nonna cuoca - con le due nonne, fino a quando sono state al mondo - oppure andavo con mia mamma in negozio, a giocare in una specie di laboratorio di riparazione, in magazzino, dove giocavo a temperature di cinquanta gradi. Allora non c’erano queste raffinatezze, queste ossessioni, e me ne stavo per conto mio: io ho sempre giocato da solo, poco in cortile. Piccola, piccolissima borghesia: fuori giocavano gli altri, io invitavo a casa a giocare, quello sì, per buona educazione. Ma ho sempre giocato da solo.
Nei tuoi ricordi d’estate sento poco mare.
Ah, mare pochissimo, ne ho sempre fatto poco, anche perché mio padre viaggiava per il mondo. Con mia mamma andavamo solo una settimana a Riccione, mi ricordo, fino a un certo punto - poi non ci siamo andati più, non ho mai capito perché. Si tornava sempre poco dopo l’inizio di agosto, in città. E allora sì che c’era il deserto, a Bologna: era una cosa fantastica, una città metafisica, una Tresigallo a livelli altissimi. Una città da rifondare, di silenzi assoluti, le case animate solamente dagli schermi dei pochi che rimanevano. Indescrivibile.
Quanto ti mancano quei vuoti?
Tantissimo. Perché erano vuoti sospesi, che riempivi di tutto, stando fermo. Senza questa mobilità perpetua: si stava fermi, si giocava ore e ore.
E da più grandicello, qual era il tuo rapporto con le discoteche?
Da più grande sono diventato disco boy, quello sì, per alcuni anni, fino alla laurea. Andavo a ballare in modo molto assiduo, andavo da solo, al mare, con il maggiolone, a ballare, e tornavo indietro. Facevo queste cose, ero un piccolo Dennis - cantava Lucio Dalla - ero molto disco boy, mi piaceva molto andare a ballare. Anche andarci da solo.
Mettiti nei panni di un ragazzo che ci legge e ha diciotto o vent’anni, nel 2026. Raccontagli la differenza in una discoteca, rispetto a quando eri ragazzo tu.
Intanto, non c’era mediazione tecnologica. E veniva da prima: ho iniziato ad andare a ballare non la sera, ma al pomeriggio, alle due, il sabato o la domenica, dopo mediazioni familiari inenarrabili, tipo congressi diplomatici o vertenze sindacali. C’era una dimensione fisica, di spostamento. All’inizio della notte, non a fine notte. E poi i corpi, la dimensione fisica, le ballerine - non le cubiste - i DJ che facevano la musica. Perché c’erano queste biblioteche di Babele di dischi. C’era un lavoro: arrivavano con gli scatoloni, e io già lì sbirciavo, e quasi sempre riuscivo a capire che disco avrebbe messo il DJ dalle copertine, dagli involucri, dal cellophane, dalla scritta.
Quindi molti più atomi che bit.
Infatti. E c’era il “pre”, era fondamentale il “pre”, per un ragazzo della generazione X: preliminare, prestabilito, prefisso. Il “pre” era tutto, mica il post.
Adesso si direbbe il pregiudicato, ma lasciamo perdere. L’estate era classifica. Qual è, a tuo modo di vedere e di ascoltare, la canzone più estiva mai scritta, o comunque una canzone che associ in pieno all’estate, a quelle estati?
I Simple Minds: la canzone più bella in assoluto, “Someone Somewhere in Summertime”. E tutto il disco è un disco concept favoloso. Poi i Righeira, “L’estate sta finendo”, sì. Personalmente, una canzone che tuttora mi commuove, “Movin’ On” dei Novecento: me ne ero innamorato, era il secondo innamoramento immaginario dopo Diana Est, quello per la cantante dei Novecento. Ma assolutamente se ne devo dire una: “Someone Somewhere in Summertime”. Lì siamo a livelli poetici, quasi onirici. E poi anche “The First Picture of You” dei Lotus Eaters, un’altra canzone bellissima di quegli anni che mi ricordo dell’estate.
La musica estiva era anche il tormentone, disprezzato da tutti e cantato da tutti. Che cos’era, il tormentone? Perché lo si dimenticava a settembre? E perché forse non ci sono più i tormentoni: è un bene o un male?
Non ci sono più perché l’industria discografica adesso non è calibrata sul tormentone. Il tormentone partiva perché era inutile, era effimero di suo, e sapevi che ti avrebbe accompagnato dalla fine delle scuole. L’estate vera iniziava con gli scrutini scolastici e finiva più o meno con l’inizio delle scuole, tra fine settembre e inizio ottobre - così un ventenne che ci legge capisce un po’ come è cambiato il calendario. Il tormentone non aveva pretese elettorali: serviva per fare l’amore, per ubriacarsi, per stare in spiaggia, per attraversare le controre estive. Era legato a una trasmissione che partiva dalle radio, passava dalla televisione, e te la ritrovavi in spiaggia, nei jukebox. Molte volte, da piccolo, i tormentoni li ascoltavi attraverso i più grandi, che monopolizzavano i jukebox: Battisti, Baglioni, e il primo Alan Sorrenti io non l’ho mai scelto come tormentone estivo, l’ho capito che era un tormentone dai più grandi, che al mare o in città, nei bar, stavano attorno al jukebox come a delimitare una selezione generazionale - «qui ci siamo noi, voi più piccoli ascoltate da lontano, con le biciclette, il pallone, perché poi verrà il vostro tempo». E lo cantavano tutti, molto più delle altre canzoni. Il tormentone durava moltissimo.
Lo rimpiangi, il tormentone, Ivo?
Il tormentone è una forma di nostalgia pop che a me non piace. Mi piace la memoria pop, che è ancora viva. Il tormentone è un po’ una cosa da retromania, un po’ un congelare le stagioni.
Spiegami il valore della memoria e la differenza con la semplice nostalgia.
La nostalgia è legata al marketing retromania: al vecchio diventato vintage, alla nostalgia diventata revival, a coprire dei buchi dal punto di vista dell’offerta commerciale. La memoria è diversa: è una materia viva, fatta soprattutto - non solo - di una dimensione (adesso una parolaccia) collettiva, ma anche di una dimensione individuale, di un filtro soggettivo riguardo a un’atmosfera, un tormentone, una sensazione, un capo d’abbigliamento. Quindi è più radicata, ed è vera. La nostalgia è legata anche, banalmente, a ricordi personali, che sono fondamentali ma non per questo appartengono alle memorie collettive. Si può dire: memoria è poesia, nostalgia è prosa. Io per esempio ho dei ricordi privati decisivi e dei ricordi molto blandi di grandi eventi epocali. Ho un ricordo molto blando della caduta del Muro di Berlino, e un ricordo vivissimo della mia prima cintura per tenere i libri in quinta ginnasio.
Ivo, ti rendi conto che, dicendo questo, per certi versi ti sottoponi agli strali dei tanti pensosi intellettuali che, se non trovano in un testo, in un film, in un prodotto artistico un elemento sociale, possibilmente moralizzante, lo ritengono già un pochino di scarto?
Beh, io sono uno di scarto! L’ho sempre detto, anche nei tempi non sospetti: mi occupo di cose inutili, banali, periferiche, non edificanti. Il sociale non mi ha mai interessato - ammetto il mio limite. Mi interessa la piega, mi interessa lo scarto, mi interessa quello che è stato scordato ma era fondamentale. E secondo me, più del sociale, più della catechesi sociale, mi interessa la quotidianità, il quotidiano, che è la mia ossessione.
Tutto questo è molto ironico e quindi anche molto irritante per una certa parte.
Certo, capisco che possa innervosire i buttafuori della cultura. Un altro binomio che non si può non citare parlando di estate, di qualsiasi estate: estate ed erotismo.
Non erotismo: nudo.
Estate è nudo. La nudità durante l’anno era impossibile, ma il mare, la spiaggia, l’estate la rendevano possibile. Non la scollatura: non confondiamo adesso con gli short, con i millimetri di stoffa, o il perizoma di mamma e figlia. Non questo. La nudità, la fisicità, lo stare attaccati, appiccicati, la dimensione dermica, la pelle, quella che hai sulle labbra e sulla pelle, appunto, i capelli, le estremità, le zone erogene. La nudità. Ma se l’estate è un periodo che è stato allungato a tutto l’anno, anche il nudo è stato allungato a tutto l’anno, e nella nostra società è un nudo rimarcato, un nudo coperto: è nel quiz show delle otto e mezza, nella tv generalista. Non è più riservato, non è più canalizzato in quei pochi mesi in cui vedevi dei corpi nudi o seminudi.
Quando non sei impegnato a bere Coca e rum o a fare il professore di sociologia, tu, Ivo, pubblichi post molto interessanti, un po’ criptici, su Facebook. Dopo aver chiarito il binomio estate e nudità, mi spieghi le figure dei tuoi guizzi social? Partiamo dalle “biondo Audi”: le creature predilette. Chi sono?
L’archetipo lì è facile: un film, un libro di Enrico Vanzina, “Le finte bionde”, e ci metto anche un po’ di Franca Valeri. Lo schema è abbastanza semplice: l’illusione di questa borghesia spianata, di queste carriere fatte con divorzi d’oro, ben assestate. E tutto il côté del nulla costruito intorno.
Alle “biondo Audi” si affiancano le “nate magre”.
Le nate magre, e le nate magrerrime. Guy Debord diceva che il situazionismo doveva occuparsi di oggetti invisibili, non di oggetti visibili. Ecco, le nate magre, le nate magrerrime, io mi sforzo di renderle visibili nella loro ideologizzazione, nel loro essere l’avanguardia di una certezza data dalla magrezza come valore e come archetipo. Possiamo anche darne una lettura di sincronicità junghiana. Le nate magrerrime, quelle che si snodano e nascondono la gamba, perché riescono perfettamente a stare in equilibrio su una gamba sola, oppure la nata magra è quella che riesce a dondolarsi coi piedini appoggiati alle gambe di un tavolo, non so, di un’isola greca o di questi posti da pubblicità, e riescono a dondolarsi su un solo piede della sedia, in questo dondolìo assiduo, enfatizzando i polsi, le vene nelle braccia, le spalle puntutissime e i piedi magrerrimi, veramente abbronzatissimi.
Ma, Ivo, scusami: la Barbie non è una nata magra?
La Barbie? No. Calma con le parole. Barbie è un fisico irrealizzabile, è un’altra cosa, non è una nata magra. Può aver influito molto sulle nate magre, ma Barbie non è neanche un corpo: è un archetipo, un ideale, è un canone occidentale, come l’Odissea, come Shakespeare, come Balzac. C’è un canone occidentale.
Negli anni Ottanta c’erano le nate magre?
No. Le nate magre sono collegate al passaggio della fitness, del workout, della wellness, del vegan - dal dopo-2008, dopo la crisi economica, dopo i format su Prime. Questo riversarsi nel benessere, nel coltivarsi, un tè caldo col gatto e un librone in una poltrona scandinava, per tenersi al riparo dal mondo.
Mi pare di intuire, Ivo, che a te lo shabby chic non faccia impazzire.
Lo shabby chic è il nemico di classe. È l’artificio anti-pop. Il pop è una tavola coi piatti spaiati, se vogliamo anche qualche briciola sul tavolo, l’attesa mentre arriva una birra fredda. Lo shabby chic è una costruzione artata, non c’è vita, è una figura retorica.
Proseguendo nella tassonomia delle tue figure e dei tuoi tic social - perché, pur criticando il social, ci sei presente e vai seguito. Ma la tua tavola social non è aperta a tutti: la condivisione richiede di far parte di una “bolla chic” di cui sei molto contento e orgoglioso. Quindi anche tu sei un po’ elitario, come Stefan George?
Io sono manniano, sono elitario e manniano, come Golo Mann rispetto a Thomas Mann. Pochissimi, ma buonissimi.
Però accetti che ci siano dei limiti valicabili?
Sì, ogni tanto condivido post del mio profilo. I due picchi aperti sono “Siamo stati felici”, per la mia consolazione domenicale, e l’altro profilo aperto, “A te famiglia”. Quello è il mio editoriale: fai conto che lo concepisco come se fosse un quindicinale, una volta cartaceo. Si entra con “A te famiglia”, si prosegue ogni tanto con un “basta” a croce quando qualcosa mi fa innervosire o diventa intollerabile, e poi si va nel pomeriggio, per i rami - pomeriggi veri, durante l’anno scolastico che si interrompe d’estate - nate magre, biondo Audi eccetera.
È proprio sulla domenica che volevo arrivare, Ivo. Nella tua serie di post domenicali - “Siamo stati felici” - tu presenti foto d’antan, spesso in bianco e nero, spesso di belle donne di un’epoca passata. Ti rendi conto che mostrare, ricordare, magnificare i tempi passati, la classe, l’eleganza, lo sguardo sulla donna, ti potrebbe rendere un bersaglio perfetto per ogni wokismo?
Non lo faccio apposta, non l’avrei mai pensato. A me viene naturale metterlo, non è anti qualcuno, contro qualcosa. È lo sguardo che mi appartiene: sabato, per esempio, farò una cosa su Brigitte Bardot, e partirò dal mio ricordo da bambino, con le prime canzoncine che ricordo, “Brigitte Bardot, Bardot” - non a Bardot in sé, che ho scoperto dopo, ma a un tema di femminilità. Sinceramente, non lo faccio contro qualcosa o qualcuno.
Quelle foto di un tempo passato, così ricercate e toccanti che pubblichi puntuale ogni domenica, parlano soprattutto di te.
Sì, può essere una specie di selfie dell’anima mia, una concatenazione di ricordi. Mi viene così, mi viene quel ricordo, com’erano quegli sguardi, le due sorelle Muti per esempio. Ne parlavo con un ragazzo che ha detto: «Finalmente hai postato la sorella di Ornella Muti, che per me era molto più bella». E ci credo! Ma non posto mai contro qualcuno, non amo il contro, la controcultura, i modelli alternativi: non saprei neanche da dove iniziare.
E la serie di post dedicati ai tuoi “basta”?
Quando un fenomeno di costume deborda, straborda, lo sbocco, il “basta”, devo farlo. E lì contesto e critico anche il wokismo, certe declinazioni contemporanee di pensiero totalizzante e post-totalitario, col “basta”. Ma a me interessa l’“uffa”, lo sbuffare. Mi fermo lì, non ne voglio fare una categoria di pensiero.
Qual è il “basta” di quest’estate 2026, Ivo, secondo te?
Nolan. C’è chi fa il secchioncino, ci sono quei ciucci a scuola che sui social si ergono a dire che hanno visto l’Odissea, che dovete andare o no a vederla. Il mio “basta” immenso e sentitissimo è verso Nolan. Peraltro Nolan è il tormentone di questa estate, e molti ne parlano per darsi un tono.
Ivo, tu non sei mai stato un sociologo vicino al Partito Comunista, non sei mai stato vicino alla Chiesa e questo, in Italia, nell’accademia, non ti ha aiutato. Aggiungiamo che c’è chi storce il naso di fronte a un professore che parla di Cicciolina e fa ironia su Facebook - il mix è esplosivo. Che cosa vuol dire fare l’intellettuale nell’Italia di oggi?
Fare l’intellettuale nell’Italia di oggi, secondo me, significa non aspirare a nessuna centralità, non credere, sapere soprattutto che l’unico salotto vero è quello di casa tua, se ce l’hai. L’intellettualità deve perseguire un’eccentricità, essere centripeta e non centrifuga. Si può ancora fare l’intellettuale così, anche se naturalmente non ti invitano da nessuna parte: sei già postumo. Però è facile che, forse, fra cento-centocinquant’anni, un giovane riprenderà quello che si è scritto - anche in questa intervistina - rispetto a certo trombonismo dilagante, e dica: caspita!
Da intellettuali si stava meglio negli anni Ottanta?
Sì, perché c’erano le riviste adatte, c’era per esempio il padre di Corona con King, avrei avuto probabilmente dei luoghi più adatti. Io mi bevevo - negli anni Ottanta mi sono bevuto - ogni rubrica di Ivano G. Casamonti, che secondo me è uno dei grandissimi di quell’epoca; c’è anche Roberto D’Agostino, importantissimo. C’erano le possibilità, le riviste, il dibattito, i racconti, i circoli culturali del lunedì, dove ti trovavi Elémire Zolla e Sabino Acquaviva. La circolazione andava molto meglio.
Hai spiegato cosa avrebbe fatto un Ivo adulto negli anni Ottanta. Raccontami invece cosa farebbe un Ivo diciottenne nell’estate di oggi.
Un Ivo diciottenne nell’estate del 2026, probabilmente starebbe su YouTube, potrebbe fare lo youtuber, oppure video su TikTok, attraversare la città in cuffia, isolato ma con gli occhi attentissimi. Oppure un Ivo di diciotto anni farebbe quattro, cinque lavori in un giorno. Molto diverso dall’Ivo degli anni Ottanta. Diversissimo.
Allora era l’estate a essere diversa, o eravamo noi diversi?
No, l’estate era diversa. Non credo che noi fossimo così diversi. Terribile la diversità delle generazioni, di chi dice «era un’altra Italia»: era un’Italia più modesta, più piccola, più gentile. In realtà le estati degli anni Ottanta, se le vediamo in profondità, erano gli ultimi vagoni dell’estate degli anni Settanta, che è stata la grande stagione dell’estate. Ma era proprio diversa, l’estate.
Una volta si partiva e si rimaneva irrintracciabili. Adesso si è reperibili ovunque. Abbiamo perso il diritto di sparire?
Sì, certo. E soprattutto si diventava fantasmatici, nelle estati degli anni Ottanta: diventavi un fantasma senza percorsi da tracciare, giocando su un termine attuale. Si poteva sparire, gli amici sparivano e te li ritrovavi dopo tre mesi, salvo qualche telefonata coi gettoni in una cabina a centoventi gradi, dove ti fondevi tu e si fondeva il rame dei gettoni. Si poteva scomparire, era irrintracciabile. Adesso non penso che le persone che ce lo dicono vogliano davvero essere fantasmatiche e non rintracciabili: prova a stare tu una settimana, due settimane, senza fare un post. Impensabile.
Il Sud, una volta, era la meta: si partiva e si andava a Sud, quando c’era l’estate in Italia. Adesso i vettori aerei ci portano dappertutto. Com’è cambiato il viaggio d’estate?
Intanto è cambiato il mezzo, non è più l’utilitaria. D’estate si partiva tutti infagottati, era riservato un millimetro di spazio tra valigie, valigioni, borse. Si viaggiava sulla strada, c’erano viaggi lunghissimi che ti provavano. Adesso è low cost, sto seduto un po’ più scomodo e vai ovunque, ma hai cambiato la direzione del viaggio: adesso è uno spostamento da un luogo all’altro, mentre prima era un viaggio, per giunta in Italia. Ognuno faceva in estate un piccolo viaggio in Italia. Io avevo una compagna di classe - ecco la memoria - e ci aspettavamo che Patrizia tornasse dal suo viaggio, da Bologna alla Calabria, perché andava al mare dai nonni: era un aspetto di nostos, noi aspettavamo che rientrasse per farci raccontare com’era andato il viaggio. Adesso lo pubblicherebbe in tempo reale: farebbe la diretta social, poi la playlist, poi una serie di storie di TikTok, poi darebbe le dritte sui posti dove mangiare e dormire, le recensirebbe, e quindi perderebbe tutta la portata informativa, conoscitiva, del suo viaggio.
Perderebbe il mistero?
Perderebbe il mistero e, soprattutto, non ci sarebbe più magia.
Che cosa è successo all’estate?
Ha perso la dimensione proiettiva. Di solito, sull’estate uno proiettava le attese delle conquiste, del divertimento; adesso è diventata tutta una fatica, perché è tutto programmato, tutto fasato, diviso in fasi, tutto digitalizzato, tutto intermediato dalla tecnologia. Chi fa più uno spostamento rapido per raggiungere il mare? Con quello che costava, uno spostamento rapido, se volevi raggiungere la tua fidanzata dell’epoca - perché era “fidanzata”, allora - o perché andavi al mare. Ma chi lo fa più, uno spostamento rapido? Chi sa più che esisteva, di fronte a una schermata?
Anche qui i bit hanno scacciato gli atomi?
I bit hanno discriminato gli atomi. E poi, in generale, il tempo sociale attuale è un tempo monadico, un tempo di monadi, un tempo concluso. Lo stesso viaggio estivo, la stessa idea di vacanza, adesso funge da diversivo di monadi, di persone concluse in un mondo di bit digitalizzato. Non faccio più lo spostamento rapido: ci pensa GPT a trovarmi l’albergo più conveniente, quanti giorni stare, i big data, le dritte. È così, adesso, l’estate: un’estate automatica, programmata, prevedibile, preventivata, costretta. Sotto dettatura, sì, come essere sotto dettatura.
Ti manca l’ozio?
Mi manca lo svacco che c’era d’estate. Sì, quello mi manca da matti. Lo svacco consentito e lo svacco guadagnato: guadagnarsi il diritto allo svacco. Lo svacco infinito, se ci pensi, era veramente la meraviglia. Era una cosa che non ti potevi neanche immaginare possibile, e poi diventava possibile.
Ma l’estate non è soprattutto anche una questione di classe? Spiagge, alberghi, ristoranti, cocktail, discoteche: non è che se li possano permettere tutti. Capisco che non vogliamo fare la critica sociale, però una riflessione su questo?
Ho iniziato dicendo che era totalitaria, e intendevo che era anche una stagione classista. Il classismo dell’estate è tuttora presente, anzi direi che adesso è totalmente enfatizzato: è il posto proprio tra chi può e chi non può, in assoluto. L’estate è sempre stata classista - anche se nel periodo della golden age, i Settanta e gli Ottanta, si era popolarizzata la spiaggia. Ma è sempre stata classista, sempre. Guardate i villoni, le villette, gli alberghi popolari, e capirete il classismo. Attenzione all’inganno pop che c’è dietro la parola “estate”: l’estate è finto popolare, è lo pseudo-pop dell’estate, l’estate è classista.
Questa stagione ha sempre avuto anche un elemento di malinconia, come tutte le cose umane. La domenica sera, tanto più se cadeva a Ferragosto, il luna park che si smonta. I bagnini che a fine stagione ripongono le sdraio.
Scherzando, dico sempre che ci vuole un gran coraggio ad augurare a qualcuno «buon Ferragosto». Per me Ferragosto è una specie di primo gennaio, o di ventisette dicembre, prolungato per due giorni: parte dal quattordici e si prolunga fino al sedici. Ed è proprio collegato al classismo dell’estate.
Un solo odore, un solo sapore, una sola sensazione per dire «questa era l’estate italiana». Che cosa scegli?
Odore: indubbiamente la frutta caramellata, l’odore dell’estate. Sapore: tutto ciò che è dolce, cioè melone, anguria, cocomero, gelati. E l’altra cosa, per l’estate in città: era incredibile quando si alzava un attimo un venticello, quella sensazione in cui il caldazzo minimamente cedeva alla brezzetta, alla piccola cosa che ti arrivava e passava attraverso i vestiti. Ecco, le tre cose dell’estate.
A proposito di città. Un autore molto cittadino, Italo Svevo, di cui pure ci siamo occupati, è l’anti-estate: nebbia, inetti, sigarette sempre rimandate, freddo, bora. Ci vuole uno sguardo così, invernale e ironico, per raccontarla bene, l’estate? Insomma, per capire l’estate bisogna rimpiangere il tabarro?
Per capire l’estate bisogna stare in maglione, almeno. Un bel maglione. Bisogna essere invernisti per interpretare l’estate, mentre un estivo non potrà mai interpretare l’inverno. Questo è un aut-aut, non è possibile capovolgerlo. Perché chi ama l’estate la ama in maniera ideologica ed esclusiva, mentre un invernista si concede sempre il dubbio che ci sia un’altra stagione. Se ti piace il sole, il mare, abbronzarti, come fai a capire l’inverno?
E come fai a capire il pop?
Il pop lo senti, non lo devi spiegare, il pop c’è. Poi, vabbè, arriva la spiegazione, ma il pop è un fenomeno, lo vedi. Ti accorgi che è pop, che fai una cosa pop, che sei irradiato dal pop, bombardato dal pop.








