Parliamo dell’Odissea di Nolan, non dell’Odissea di Omero. Tralascio quindi più o meno tutte le valutazioni sul fatto che un film prodotto nel 2026 abbia, giocoforza, attori e sensibilità diversi dall’originale. E chi se ne importa se il soldato greco trafitto ai piedi del cavallo è interpretato da un attore transgender, o se la bella Elena ha il volto di Lupita Nyong’o.
Arrabbiarsi per una mancanza di fedeltà filologica, quando parliamo di un’opera che è pietra angolare della cultura occidentale e peraltro frutto di fantasia (che io sappia, nella Grecia antica i ciclopi non si aggiravano per le isole), lo lasciamo ai trilliardari attaccabrighe su X.
Quello che a me ha colpito particolarmente è il dialogo finale tra Odisseo e Penelope. Un dialogo intriso di senso di colpa, qualcosa, credo, di molto cristiano, e anche questo poco in linea con la sensibilità greca. Attenzione: non che i greci ignorassero la colpa. Avevano la hybris, che oltrepassa la misura; il miasma, che contamina; la nemesi, che riequilibra. Ma era colpa oggettiva, una macchia che si contrae come si contrae una malattia e che il rito può lavare; non un rimorso che ci si porta dentro. Quello che Nolan mette in bocca a Odisseo è invece coscienza interiore.
Ma colpa di che cosa? È la colpa dell’uomo che ha capito di essere diventato, col proprio ingegno, un distruttore di mondi. L’abbiamo già sentita, questa? Ma certo, Oppenheimer: là il regista questa tematica ce la sbatte in faccia. Con l’Odissea Nolan è più sottile, ma non per questo meno tremendo. Il suo Odisseo capisce che l’astuzia di portare in dono un’arma micidiale non solo permette di conquistare una città, ma diventa anche la miccia che distrugge un mondo. Il mondo delle convenzioni, il mondo degli dèi, il mondo dell’ospitalità: tutto questo gli Achei lo gettano alle ortiche.
In una scena dal montaggio memorabile vediamo una giovane sacerdotessa troiana che sta per essere decapitata, o quantomeno questo intuiamo, mentre in campo torna la scena già anticipata da vari flashback. Vediamo un soldato decapitare la statua della dea Atena. Quella stessa Atena che si presenta nelle visioni di Odisseo vestendo proprio i panni della giovane troiana sacrificata insieme alla sua città.
Nel racconto antico del saccheggio di Troia è Aiace d’Oileo a strappare dall’altare Cassandra, la sacerdotessa aggrappata al simulacro di Atena, ed è quel sacrilegio a scatenare l’ira della dea e a rovinare il ritorno di tutti gli Achei. Il naufragio non nasce dalla guerra, nasce dalla profanazione. Quel conto, nel mito, lo pagano tutti gli Achei, Odisseo compreso, che di Cassandra non aveva colpa alcuna. Il film dà al solo Odisseo la coscienza di ciò che sta pagando.
È risaputo che Nolan rifugge la computer grafica. Odissea è il primo film della storia girato interamente con cineprese IMAX 15/70, per le quali è stata costruita una custodia insonorizzata apposita, così da poter riprendere un attore che sussurra a trenta centimetri dall’obiettivo. Bello sforzo, rosico tra me e me, che per fare un documentario ricevo dalle emittenti, se va bene, quattro pagnotte. Se anch’io avessi 250 milioni di dollari, probabilmente vorrei costruire antiche navi greche e far scoppiare bombe vere. Ma ciò non significa che l’abbondanza di Nolan ne assottigli la sensibilità. Anzi, dopo essere stato esposto in sequenza allo stesso messaggio in Oppenheimer e Odissea, e parimenti verificando con mano la potenza dell’IA, sono convinto che il suo messaggio sia profondo e assolutamente attuale.
I suoi film da centinaia di milioni, realizzati per quanto possibile con effetti speciali “artigianali”, non sono solo un grandissimo spettacolo e, in fondo, un folgorante esempio del soft power occidentale. Dalle opere di Nolan viene, più recondito, un messaggio fortissimo all’uomo moderno: fare attenzione alla propria genialità, evitando che ci scappi di mano.
Parole che potrebbero suonare un po’ retoriche, se non fosse che in questi anni, in questi mesi, in questi giorni, ognuno è testimone del mutamento antropologico portato avanti in maniera dirompente dai colossi che sviluppano l’intelligenza artificiale. Vediamo macchine che sembrano sempre più pensanti. Vediamo robot nei quali vengono innestate intelligenze artificiali. Le nostre capacità cognitive subiscono accelerazioni che, lungi dall’essere fantascienza, ci permettono competenze che un tempo erano precluse ai più. E pazienza se tutto questo ben di Dio messo a disposizione dalla tecnica, lo si usa per fotografare i piedi su OnlyFans o insultare sconosciuti sui social.
Intervistato dal giornalista francese Hugo Travers, Nolan ha detto che l’intelligenza artificiale è «un cavallo di Troia di cui tutti sanno che dentro ci sono i greci». E ha aggiunto: «Un cavallo trasparente, fatto di vetro». Il regista ha usato per la tecnologia di oggi esattamente la stessa immagine che il suo film mette al centro di tutto.
Ecco il messaggio di Nolan, o quantomeno uno dei suoi messaggi: cerchiamo di non fare la fine di Odisseo. Attento, uomo: con la tua astuzia puoi vincere battaglie e anche guerre, fino a che essa non si ritorce contro di te. Allora sarà pianto e stridore di denti.
Per questo le invettive di Elon Musk sul presunto wokismo dei film di Nolan, e in particolare dell’Odissea, risultano davvero ridicole. Per pubblicizzare il suo modello di intelligenza artificiale, Musk continua a rilanciare dalla sua piattaforma privata X l’idea che creerà un’Odissea fatta interamente con l’intelligenza artificiale. Ben vengano gli strumenti tecnici più strabilianti, ma possederli non significa avere le doti registiche di Nolan. E allora mi chiedo: come non capire che le tue grida, le tue imprecazioni, il tuo voler sostituire un regista con un software sono funzionali al messaggio portato avanti da chi stai attaccando? Verrebbe quasi da dargli una carezza, a Musk, certe volte. Lo stesso urlatore social che pronosticava il disastro al botteghino, e si è dimostrato cattivo profeta. Odissea ha incassato in tre giorni più dei 250 milioni di dollari che è costato, e a fine luglio ne aveva fatti quasi settecento nel mondo. Senza intelligenza artificiale, in barba ai profeti di sventura, con un pupazzo di Polifemo alto diciotto metri, montato dentro una grotta vera della Messenia, tra le api e quaranta pecore.
Detto questo, nessuno dice che dovremmo rinunciare all’intelligenza artificiale: queste sono chiacchiere da benestanti attempati che hanno la segretaria a cui delegare i propri appuntamenti. Ma quando la riflessione di un regista rivela con una certa costanza i pericoli della nostra inventiva, e lo fa con tanta potenza filmica, io mi siedo in poltrona e ci rifletto. E dopo tre ore, esco dal suo spettacolo ammirato, ma anche turbato. E timoroso che l’essere umano, nel suo continuo progresso tecnico, stia percorrendo il destino di Odisseo e preparando una grande battaglia contro se stesso.
Come se non bastasse, il finale di Nolan porta a compimento quello che Omero aveva soltanto profetizzato: nel poema è Tiresia, evocato ai confini dell’Oceano, ad annunciare a Odisseo un ultimo viaggio, con un remo in spalla, fino a incontrare uomini che non conoscono il mare. Nolan fa un regalo ai grandi romantici. Odisseo torna a Itaca, la riconquista, e scopre che - mosso dal desiderio di dare degna sepoltura ai compagni caduti - non ci può restare: lascia il trono al figlio e riparte verso occidente, con Penelope accanto. Con un gran bel sorriso, e chissenefrega che è stato vent’anni lontano da Itaca.
Perché la casa non è il palazzo, bensì Penelope: l’amore ritrovato.
Questo è l’ultimo film che vedo in Germania prima del mio ritorno in Valtellina (dove non si conosce il mare), da cui sono lontano ben più di vent’anni. Un film che parla di un ritorno: non poteva esserci coronamento migliore per il mio tempo trascorso nelle sale cinematografiche tedesche. Del resto, anche Nolan la sua Itaca è andato a cercarla in Italia: a Favignana.


