Il disastro della CDU in Sassonia-Anhalt non comincia con l’attuale cancelliere, Friedrich Merz. I motivi dell’ascesa dell’AfD, il partito antisistema che in dieci anni ha inseguito e raggiunto il successo, vanno cercati sotto il cancellierato di Angela Merkel. Durante gli anni della Mädchen (la ragazza, come la chiamava Helmut Kohl) diventata cancelliera eliminando sistematicamente tutti i concorrenti che trovava sul suo cammino, in molti, compreso me, hanno apprezzato il suo stile pacato, fattuale e mai gridato, vedendo in lei l’opposto di Silvio il guitto, quello che faceva le corna agli appuntamenti internazionali. Il fatto di essere stata una scienziata prima di diventare una politica incuteva un sottofondo di rassicurazione nell’elettorato moderato. E i sedici anni in cui ha governato sono stati anni di vacche grasse per la Germania, che dopo aver impartito lezioni di austerity a mezza Europa ha proseguito una politica mercantilista basata su tre pilastri: gas economico da Putin, vendite di automobili in Cina e in America, basse spese per la difesa.
I tre pilastri sono crollati da tempo, ma la loro erosione è cominciata proprio sotto la Merkel che, fiancheggiata da un’industria tedesca dell’automobile che si credeva onnipotente, ha prima ignorato la montante rivoluzione dell’auto elettrica, poi ha cercato di rincorrerla, per finire ora con una Volkswagen che ha appena deciso di tagliare 50.000 posti di lavoro entro il 2030 (c’è chi ne conta fino a centomila), e con bilanci sempre meno succulenti dalle altre sorelle dell’industria dell’auto.
Merkel, col senno di poi, ha amministrato un’economia florida, senza tuttavia un pensiero strategico per prepararsi agli anni delle vacche magre, che inevitabilmente prima o poi arrivano.
Impressionata dal disastro di Fukushima e dal montante consenso dei Verdi, in una notte ha cambiato la politica energetica del suo partito e della Germania: nell’autunno del 2010 il suo governo aveva appena prolungato la vita delle centrali, l’11 marzo 2011 il maremoto travolge Fukushima, il 14 marzo arriva la moratoria e a giugno la legge d’uscita. L’energia atomica doveva essere arrestata. Bene quindi a imprimere un’accelerazione alle politiche di sviluppo delle energie rinnovabili, che oggi in Germania coprono più della metà dell’elettricità consumata; male tuttavia a tenere in vita o addirittura riaprire - come ha fatto Olaf Scholz - le centrali a carbone per sopperire alla chiusura delle moderne centrali atomiche tedesche, finendo a importare corrente, atomica compresa, dalla vicina Francia che invece, insieme alla Polonia, della via tedesca se n’è sempre infischiata. Nel fare questa scelta radicale di dismissione industriale, la Merkel è stata sostenuta da molta parte dell’elettorato tedesco, mosso da un genuino sentimento di cura per l’ambiente, ma anche dall’innato moralismo che coglie gli abitanti oltre le Alpi. Spesso, in discussioni con amici, mi sono trovato di fronte alla giustificazione finale, quando cercavo di far notare l’irrazionalità di chiudere le centrali atomiche per tenere accese quelle a carbone: è un momento di passaggio, fino a che le energie rinnovabili prenderanno il sopravvento. E pazienza che siamo gli unici in Europa e nel mondo a vederla così: qualcuno deve pur iniziare a fare la cosa giusta.
Insomma, la versione moderna del vecchio Am deutschen Wesen soll die Welt genesen, dall’indole tedesca guarirà il mondo.
E sempre la Merkel è stata la politica responsabile della causa principale della vittoria dell’AfD di domenica: la scelta, nel settembre 2015, di aprire le frontiere, senza se e senza ma, a quasi un milione di rifugiati in un anno solo. Ricordo l’emozione di quei mesi, quando alla stazione di Monaco di Baviera cittadini festanti accoglievano i profughi siriani stremati. Ricordo l’euforia collettiva della società tedesca nel sentirsi dalla parte dei giusti, ricordo uno sprigionarsi di generosità di cui essere orgogliosi. Ricordo meno chi metteva in dubbio la razionalità di una scelta così radicale, di un messaggio d’accoglienza così potente. Ricordo meno i mugugni dei sindaci dei vari paesini bavaresi sommersi dai profughi, quasi non ricordo, sulle pagine culturali dei raffinati giornali tedeschi, commenti di perplessità verso questa apertura totale. Non li ricordo non perché non ci fossero, ma perché sulla stampa della buona borghesia tedesca di voci contrarie ve n’erano poche, e queste poche venivano presto relegate al silenzio o marchiate dall’accusa di essere senza cuore e di occhieggiare, appunto, ai partiti antisistema.
Col senno di poi, forse sarebbe stato più razionale ascoltare non solo le voci dei tanti che, con un grandissimo slancio di generosità, accolsero i rifugiati, ma anche quelle degli amministratori comunali alle prese con le conseguenze logistiche della politica della porta aperta, e quelle dei cittadini della ex DDR, che oltre a sentirsi, dopo la riunificazione, cittadini di serie B, avvertivano che i loro timori verso lo straniero non venivano presi sul serio dalle élite al governo. Timori spesso infondati, sia chiaro, perché tutt’oggi, se vogliamo trovare uno dei Land meno toccati dall’immigrazione degli ultimi dieci anni, quello è proprio la Sassonia-Anhalt, con una quota di stranieri che è circa la metà della media federale, e dove un partito che inneggia alla deportazione… ops, scusate, alla remigrazione, ha preso domenica quasi il 44% dei voti. Dal 20,8% del 2021 al 43,8%, il miglior risultato mai ottenuto dall’AfD in un’elezione regionale; la CDU, nel frattempo, è precipitata dal 37,1% al 17,2%, il peggiore della sua storia nel Land, e l’affluenza è salita dal 60,3% al 77,8%, un record.
In politica spesso conta il messaggio percepito più che il dato concreto, e di questo Merkel e colleghi si sono dimenticati, lasciando che la crepa tra le élite culturali e governative tedesche e la popolazione impaurita e rabbiosa dell’Est crescesse per dieci anni, fino a diventare la valanga di domenica.
I due successori della ex Mädchen, poi, non hanno fatto altro che allargare, come sonnambuli, a loro insaputa, la distanza tra i loro governi e l’elettorato tedesco. Sorvolando sul legnoso e saputello Olaf Scholz, tragicomica figura di un governo da cestinare, lo iato di domenica è avvenuto sotto il cancellierato dell’arcinemico della Merkel, quel Friedrich Merz che da lei fu spodestato più di vent’anni fa, e che l’anno scorso è riuscito nell’impresa di coronare il ritorno con la vittoria, dimostrando una volontà di ferro. Merz ha vinto anche perché, lontano per decenni dalla Merkel, si è potuto presentare come un manager valente, avvocato d’affari e presidente del consiglio di sorveglianza di BlackRock Germania, scaldando gli animi di quei tanti membri della CDU particolarmente inclini all’azienda e all’economia, che in lui hanno creduto di vedere un imprenditore capace di svecchiare il sistema politico e di dare una scossa di pragmatismo alla conduzione del Paese. Quei politici, se fossero vissuti negli anni Novanta in Italia, sarebbero stati elettori entusiasti del Berlusca, l’imprenditore, quello che si era fatto da sé. Ora come allora, immemori delle considerazioni di un grande statista italiano, Luigi Einaudi, che nell’agosto del 1922, tre mesi prima della marcia su Roma, sul Corriere della Sera spiegava una verità semplice semplice della politica:
Il tecnico, ottimo a casa sua, quando il successo o l’insuccesso dipende dall’opera sua, diventa mediocre quando deve operare nell’interesse collettivo. Il problema da risolvere non è già di trovare dei grandi industriali disposti a governare la cosa pubblica con la mentalità industriale. Essi non potranno fare che del male. Saranno degli straordinari improvvisatori. Chi può immaginare quali stravaganze è capace di compiere un giovane audace e fidente in sé, un uomo di azione, un industriale abituato a decidersi rapidamente da solo, quando si troverà posto dinanzi a problemi complessi e terribili come il disavanzo, le imposte, il cambio, il latifondo, la giustizia?
E improvvisatore è stato Friedrich Merz, che nei mesi passati, credendo di poter guidare un partito in maniera verticistica come si guida un’azienda, ha inanellato una sfilza di gaffe che gli hanno rivoltato contro il suo stesso partito, ancor prima degli avversari. A luglio ha spinto alle dimissioni il capogruppo Jens Spahn, reo di aver avuto negli Stati Uniti un figlio da una madre surrogata, pratica che Spahn stesso in Germania aveva sempre osteggiato. E fin qui, tutto giusto. Poi però ha fatto sapere al ministro dei Trasporti Patrick Schnieder che era licenziato, salvo ricevere dal successore designato, Fritz Güntzler, un sms di rifiuto alle quattro del mattino: per giorni il cancelliere ha tenuto la cosa nascosta, mentre i giornali raccontavano la ricerca affannosa di un sostituto, finché Schnieder, umiliato in pubblico, ha chiesto lui stesso di essere congedato. Infine ha silurato dalla Cancelleria il suo braccio destro Thorsten Frei, per poi affidargli il gruppo parlamentare. Risultato: il capo della CDU di Brema che dichiara che «molti iscritti sono insoddisfatti del cancelliere», e il gruppo della CDU della Renania-Palatinato, il Land governato dal fratello di Schnieder, che disdice un incontro con Merz per mancanza di fiducia. Domenica sera la rilevazione della ZDF a urne chiuse diceva che tre tedeschi su quattro ritengono che Merz abbia nuociuto alla CDU, e Ulrich Siegmund, il vincitore, lo ha ringraziato come il miglior propagandista elettorale dell’AfD.
Non mi stupirei quindi che tra qualche mese, se non qualche settimana, una rivolta interna accantoni l’aziendalista Merz come un incidente della storia. Lasciando la Germania senza guida nell’anno in cui la vulgata della Repubblica Federale come Stato di cittadini rinsaviti dopo le ubriacature naziste è crollata in Sassonia-Anhalt, con la vittoria epocale di un partito nel cui programma il fare i conti col passato nazista è liquidato come «la perpetuazione di una nevrosi» (ne ho scritto a luglio in Weimar 2.0).
Come si uscirà da questo pericoloso pasticcio, non posso saperlo. Probabilmente leggendo in maniera più critica i Feuilleton della Süddeutsche Zeitung, della Zeit e della FAZ, la voce delle maledette élite liberali di cui scriveva Carlo Strenger nel decennio scorso, e ascoltando di più le paure, giustificate o meno, dei cittadini che hanno deciso di non turarsi il naso e di votare agli estremi.
Non sarebbe un ascolto facile. Perché se chiedessi a un passante che domenica è andato a votare, per strada in Sassonia-Anhalt, quale German Angst lo muove, avrei una probabilità vicina al 44% di ascoltare le paure di un elettore incantato dall’estrema destra. Ma potrei anche avere una discreta possibilità di ascoltare la ricetta da un elettore nostalgico della dittatura comunista. I due partiti eredi della sinistra post-comunista hanno raggiunto insieme quasi il 14%, e quello di Sahra Wagenknecht ha già offerto ai camerati una sponda: un presidente senza partito e maggioranze variabili. Siegmund ha rifiutato: preferisce parlare con la CDU.


