
Ieri mattina sedevo su una gigantesca panchina rossa. Mi sarei sentito un po’ un cretino se non fosse che accompagnavo mia figlia di quasi quattro anni ad ammirare il panorama della Media Valtellina. Lo facevo seduto su un tipo di attrazione turistica che da qualche tempo spunta (come funghi, anzi, come panchine) sulle Alpi e altrove. Si tratta di una panca sotto steroidi che permette tanto di apprezzare il panorama vallivo da un punto di vista privilegiato quanto di scattare foto ad uso dei social. Perché, piaccia o meno, i luoghi turistici dipendono ormai anche dalla loro fotogenia sulle cartoline digitali. Non credo, infatti, che i krapfen di quel rifugio sulle Dolomiti, che questa estate è stato preso d’assalto da orde di turisti, fossero migliori della concorrenza. E tuttavia il mix di bontà, scaltrezza di marketing e instagrammabilità avrà riversato nelle casse di quei pasticceri d’alta quota un ammontare inaspettato fino a prima che i krapfen, oltre a farli, li fotografassero anche.
C’è chi queste panchine le prende di mira come simbolo dell’overtourism. L’idea è di Chris Bangle, il designer americano che a Monaco ha disegnato le BMW e che nel 2010 ne piazzò una prima nelle Langhe. Da allora sono diventate centinaia. L’antropologo Annibale Salsa, già presidente del CAI, teme che questa «invadenza seriale» trasformi i belvedere in «anonimi nonluoghi che ti fanno sentire dappertutto e da nessuna parte», e le liquida come «una delle tante americanate di cattivo gusto». Né la Valtellina ne è rimasta fuori: a Triangia, sopra Sondrio, i residenti hanno protestato fin da subito. Nel 2022, a sei mesi dall’arrivo della panchina, una petizione ne chiedeva la rimozione «in tempi brevi», denunciando «il calpestio dei prati da sfalcio e da pascolo, il mancato rispetto della sentieristica e della proprietà privata, i parcheggi selvaggi, l’abbandono di rifiuti di ogni genere e di escrementi di cani ovunque», e la «grave mancanza di cultura ambientale e sensibilità» di chi vuole raggiungerla «ad ogni costo, arrivando addirittura a ridosso della stessa con le auto e le moto». Condivido l’irritazione dei locali per la maleducazione della massa, ma per un padre non uso a lasciare rifiuti e caos intorno a sé queste panchine sono un’occasione per incamminarsi in luoghi che un tempo raramente avrei immaginato come meta turistica per una famiglia. Come Baruffini, frazione di Tirano e antico paese di contrabbandieri, dove la panca l’hanno collocata nel 2022 i volontari del borgo, lungo il vecchio Sentiero del pane, così chiamato perché dal vicino paese di Roncaiola vi si portava la segale al mulino, per tornare a casa col prodotto finito.
Seduti su quelle grandi assi rosse, avevamo sopra di noi il cielo terso e intenso di un autunno montano coi fiocchi, uno di quegli autunni di sole e colori che in Baviera raramente mi capitava di ammirare per più di qualche giorno, perché là i raggi di sole devono farsi largo a gomitate per risplendere tutt’al più qualche mattina di ottobre.
Sotto di noi, invece, avevamo Tirano. Una cittadina al confine con i Grigioni che in tempi recenti è stata benedetta da un secondo miracolo. Il primo, nel 1504, fu quando al beato Mario Omodei apparve la Madonna, che gli chiese di innalzarle un tempio. Preveggenza rara: il santuario sorse opportunamente piazzato all’imbocco della strada per Poschiavo e l’Engadina, da cui di lì a qualche decennio sarebbe arrivata la minaccia protestante. Il secondo, quello del 2008, avvenne per mano dell’UNESCO, che iscrisse la linea del trenino rosso del Bernina nel patrimonio dell’umanità. Rendendo così la cittadina valtellinese, dove il trenino ha il suo capolinea, una meta per frotte di turisti da tutto il mondo, che fanno scalo in Valtellina dopo aver ammirato le Alpi dalle grandi vetrate offerte, a caro prezzo, dai treni delle ferrovie svizzere.
Saggiamente la cittadina ha colto la palla al balzo e avviato numerose iniziative culturali e, soprattutto, gastronomiche, per convogliare a Tirano anche quei turisti che inseguono un altro tipo di rosso, lo Sforzato. Ieri infatti sopra di noi avevamo il cielo azzurro, mentre sotto di noi si preparavano i calici per il festival dedicato all’Eroico Rosso.
Ma d’altronde l’unione di vino ed eventi turistici in Italia è ormai una caratteristica diffusa. A Sondrio, il capoluogo, lo stesso giorno si aprivano Le Vie del Gusto, lunga vigilia del Valtellina Wine Trail, manifestazione podistica che negli anni ha assunto rilevanza internazionale: sabato prossimo porterà oltre quattromila iscritti da quaranta Paesi a gareggiare tra vigne e cantine.
Quando parlo di un pullulare di iniziative turistiche a sfondo gastronomico so di cosa parlo, avendo dedicato quasi ogni fine settimana dal mio rientro in Italia, ad agosto, a partecipare a sagre e manifestazioni di vario tipo, culminate nella Sagra degli sciatt di Polaggia, frazione di Berbenno, nota alle cronache come il paese dell’olimpionica Arianna Fontana. Per chi se lo chiedesse, Arianna alla sagra era presente in effigie (striscioni che inneggiavano all’orgoglio locale) e di persona, ai tavoli a mangiare sciatt. E poiché in Italia, ma non solo, la moda si prende tremendamente sul serio, mi viene da sorridere pensando a che espressione schifata avrebbero assunto i papaveri di Vogue, se avessero saputo dove si attardava la loro invitata, tre giorni prima di un serissimo evento fashion in Galleria Vittorio Emanuele a Milano.
Ma lasciamo Vogue e Milano, e torniamo alle panchine della provincia montana. Dall’alto della cadrega gigante la mia valle, dopo trentatré anni di lontananza, non sembra cambiata, ma quando si scende nei paesi questo fermento di eventi, di cibo, di iniziative per acchiappare turisti sorprende chi, come me, ha trascorso l’adolescenza nei tardi anni Ottanta, quando di tutto questo non vi era nemmeno l’ombra, salvo le sempre amate sagre degli alpini. I turisti portano anche confusione e danno, ma senza di loro una provincia del Nord è ancora più solitaria di quanto si possa pensare.
Eppure il turismo, gli sforzati, le panchine, i ponti tibetani non possono essere l’unica risposta alla crisi che anche la Valtellina, come altre province italiane, sta vivendo in questi anni. Fusioni bancarie, esercizi commerciali in chiusura uno dopo l’altro, delocalizzazione manifatturiera: il mondo è cambiato, e del domani oggi davvero non vi è certezza.
Proprio di questo abbiamo discusso sabato 24 ottobre alla giornata di Sondrio Domani, un forum per pensare a come superare l’impasse di una provincia periferica, di una nazione importante ma di non gran conto dal punto di vista geopolitico, in un continente ahimè sempre più al di fuori dei giochi di potere mondiali. «Piedi nel borgo, testa nel mondo», recita il motto dell’associazione. A me avevano chiesto di raccontare la Valtellina all’estero, cosa che faccio di mestiere con una società dalla veste tedesca e dal cuore valtellinese. Un documentario, ho ricordato, arriva nelle case come uno spot non sa fare, e mentre una partita di calcio la si vede una volta sola, il documentario, come un diamante, grazie alle repliche, è per sempre. E ogni volta che ne ho portato uno sulla mia valle, da Stelvio a La Valtellina e le sue montagne, ho visto che all’estero c’è ancora molto spazio per parlare di un’Italia ai margini dei grandi flussi turistici. I tedeschi, quando cercano vette e laghi italiani, guardano al Südtirol o al Lago di Como, salvo poi stupirsi per la varietà di cibo e di paesaggio se capita loro di fermarsi nelle nostre montagne.
I documentari fanno viaggiare anche chi li fa: in Valle d’Aosta, dove abbiamo realizzato una nostra recente produzione, in meno di quindici anni la Film Commission ha sostenuto 181 produzioni, con troupe rimaste in media venti giorni fra alberghi e ristoranti. La Lombardia Film Commission di uffici territoriali ne ha otto, nessuno a Sondrio. Uno, secondo me, servirebbe.
Per farsi conoscere, però, bisogna prima mettersi d’accordo su chi si è. In Alta Valle, dove vivo, le pro loco sono cinque e il turista impazzisce a stare dietro ai loro comunicati. A chi, come è capitato nel dopo conferenza, mi fa notare che l’essenza delle pro loco è di essere campaniliste, risponderei che questi organismi allora vanno ripensati o, quantomeno, confederati molto più strettamente di quanto non succeda. In tal senso, proprio in questi giorni, i Comuni dell’Alta Valle stanno approvando una convenzione turistica unitaria: mi pare un passo avanti.
Perché chi prenota dalla Germania cerca «Valtellina», non Sondalo, non Tirano, non Bormio. Serve un marchio unico, con Sondrio che si senta capoluogo di tutta la valle anziché concorrente dei suoi paesi. Altrimenti siamo destinati ad essere conosciuti nel mondo come la Provincia di Livigno, dal nome della zona franca che, tra tutti i luoghi di turismo della Valtellina, più investe in pubblicità.
Il capoluogo è in difficoltà, inutile negarlo. Eppure chi ricorda la morte civica degli anni Novanta lo trova molto migliorato, in quanto ad eventi. Insomma, oltre che di servizi anche Sondrio può masticare turismo: ha le vigne che arrivano fin dentro la città, il Wine Trail, la passerella sulle Cassandre, il Sondrio Festival. E ha l’ex Banca d’Italia, appena comprata dalla Provincia, dove c’è chi spera nell’allestimento di un vero Museo del Vino.
Ma anche il miglior turismo non basta: tende a dare lavori stagionali e a poco valore aggiunto. In Italia i salari orari del settore sono circa un quarto più bassi della media dell’economia. I calici si riempiono, le buste paga molto meno.
E il problema delle vetrine sempre più sfitte (in quattro anni la provincia ha perso 140 negozi, 81 nel solo capoluogo) va affrontato non con l’atteggiamento moralista di chi rimprovera chi acquista online, bensì in maniera pragmatica, incentivando le nuove attività con sgravi fiscali e contributi a fondo perduto. Pensiamo poi ad attirare chi lavora per il mondo a distanza, come accade a Fabrizio Capobianco e alla sua Liquid Factory. Senza illusioni, però: chi sale dalla città contribuisce ai consumi, ma fa salire gli affitti di chi è rimasto.
A Monaco, dove ho vissuto molti anni, Google, Apple e Microsoft attirano ingegneri che scelgono la città anche per la qualità della vita, e di quella qualità fanno parte le Prealpi bavaresi, raggiungibili in un’ora di treno.
Ma se le Prealpi costituiscono un valore aggiunto così grosso che fior di professionisti scelgono di venire nella capitale bavarese anche per le opportunità extra lavoro, forse allora noi valtellinesi dovremmo ricordarci che qui ci sono le Alpi vere.
Un po’ di sano orgoglio, in questo momento di difficoltà, non farebbe male.
Un orgoglio che non annebbi, naturalmente, e che non neghi le ferite. Le nostre due banche, un tempo vanto di questa provincia, hanno perso l’autonomia: il Credito Valtellinese è finito a Crédit Agricole, la Popolare di Sondrio da aprile è BPER.
Milano, verso cui da tempo è diretto lo sguardo del valtellinese, resta necessaria, ma il Garibaldi dell’omonima piazza sondriese guarda verso nord. Lui credo lo facesse per respingere l’invasore, ma non sarebbe male che anche noi puntassimo di più lo sguardo oltre confine. Per quasi tre secoli, dal 1512 al 1797, la valle è stata dei Grigioni: rapporto tutt’altro che idilliaco, e il Sacro Macello del 1620 sta lì a ricordarlo. Però St. Moritz è più vicina di Milano, e con l’Engadina, la Val Poschiavo e l’Alto Adige di contatti da coltivare ce ne sono. Impariamo da queste realtà a rapportarci in maniera più profonda con la natura che ci circonda. Impariamo da loro a non vergognarci di vivere tra le vette, traendone opportunità economiche, ma senza sognare di essere una Brianza.
Perché, sebbene dalla panchina di Baruffini non si vedano, le politiche urbanistiche degli scorsi decenni hanno smarmellato capannoni lungo tutta la Bassa Valle, come ogni nuovo turista scopre con orrore non appena si avvicina a Sondrio, per superarlo in direzione Alta Valle.
Quei capannoni, sciorinati lungo la strada statale anziché raccolti in singole aree urbanistiche (mi verrebbe da dire, come accade in Germania, ma non lo faccio per non sembrare il Beppe Grillo di vent’anni fa), hanno dato benessere, certamente, ma hanno anche sfregiato la Valtellina.
Ora che l’industria cede sempre più il passo ai servizi, ora che i bit si affermano sugli atomi, credo sia arrivato il momento di smetterla di pensarci l’hinterland di Milano. Dalle panchine della Valtellina non si vedono le guglie del Duomo. Si vedono le cime dei monti.
Riscopriamoci alpini. Alpini con la fibra ottica.

