Anthropic ha recentemente annunciato che includerà una filigrana digitale nei testi prodotti con l’aiuto del suo sistema di intelligenza artificiale.
Come commenta in un suo video su YouTube l’informatico Salvatore Sanfilippo (passeggiando per le vie di un comune siciliano, a riprova che il lavoro non è un luogo), lungi dal risolvere il problema di chi copia appoggiandosi agli strumenti tecnologici, questo processo di “watermarking” è una «grandissima cazzata». Perché la qualità di un testo non dipende dagli strumenti usati per scriverlo, bensì dal processo che c’è dietro.
Tra i vari esempi addotti: è meglio un ricercatore pigro che usa un cattivo modello di intelligenza artificiale per fare una ricerca poco professionale sulle fonti, e poi scrive di suo pugno un testo pieno di castronerie, sfuggendo così alla filigrana, o un ricercatore che fa un profondo lavoro di ricerca delle fonti e poi si fa rifinire il testo dall’intelligenza artificiale, beccandosi il marchio? Ai lettori la risposta. Quello che qui a me interessa segnalare è che gli aiuti ci sono sempre stati, e per fortuna.
Non di rado gli italiani che pubblicano in tedesco si avvalgono di un aiuto familiare madrelingua. Ogni volta che incontravo qualcuno in questa situazione, scoprivo l’esistenza di provvidi aiuti laterali. Talvolta era il partner tedesco, talvolta un amico, talaltra qualcuno si affidava a un servizio di redazione professionale. Ed è giusto così. Scrivere in un altro idioma non è impresa facile e ben venga l’aiuto di una persona madrelingua che può rivedere il testo, dandogli quel tocco speciale che lo rende “naturale” agli occhi del lettore straniero.
Io, quando avevo una rubrica sulla Süddeutsche Zeitung, mi facevo rileggere i testi da un caro amico germanista conosciuto sui banchi dell’università di Heidelberg. Anche se mi impegnavo allo stremo per comporre in un tedesco perfetto, lui, ogni volta, trovava sempre numerose sbavature. Essendo il suo un Freundschaftsdienst, un aiuto d’amico, naturalmente non potevo calcare la mano. Soprattutto, la produzione di un pezzo mi durava vari giorni, non tanto per la scrittura iniziale quanto per il tempo necessario all’invio, all’attesa, alla correzione, visto che dipendevo da terzi.
In tal senso l’avvento dell’intelligenza artificiale è stato un’incredibile rivoluzione. Per chi, come me, non ha mai avuto una compagna tedesca e da quasi trent’anni scrive in quella lingua email, testi o anche solo brevi note, avvalersi di un editor dalle capacità strabilianti significa toccare subito con mano la potenza di questa nuova tecnologia.
Naturalmente, la tentazione e il pericolo sono dietro l’angolo. Questi maggiordomi elettronici sono talmente zelanti che, se non regolati, propongono stravolgimenti di testo, rendendolo forse più scorrevole, ma probabilmente anche più lontano dall’intenzione originaria.
E tuttavia non mi unisco alla schiera dei detrattori, ai Kulturpessimisten, a coloro che intravedono la discesa agli inferi perché la tecnologia ci rende la vita più comoda. Gli stessi che erano contro Internet, contro il telefonino, e andando più indietro nel tempo di sicuro contro la televisione, l’auto a benzina, la corrente, il libro e l’invenzione della ruota. Del resto già Platone, nel Fedro, racconta del re Thamus che respinge il dono della scrittura perché avrebbe atrofizzato la memoria: il piagnisteo contro la tecnica è vecchio quanto la tecnica.
Si tratta soprattutto di persone che oggigiorno lanciano i loro accorati avvertimenti tramite i social, senza nemmeno cogliere l’ironia di usare quegli stessi strumenti che condannano per mettere in guardia il proprio pubblico dai danni che fanno. Sia ben chiaro, i social e l’intelligenza artificiale di danni ne fanno, eccome. Ma bandirli è ormai impossibile, e sbagliato. Occorre regolarli (sebbene abbia dubbi che americani e cinesi vogliano regolare la spaventosa potenza dei modelli di intelligenza artificiale; l’Europa, col suo AI Act, almeno ci prova).
Noi semplici utenti non possiamo che accoglierli, cercando di barcamenarci per non naufragare. Qui voglio allora condividere alcuni esperimenti che sto facendo nella scrittura di testi, traendone grande vantaggio.
Ho già parlato dell’imbragatura creata con Claude Code che mi permette di far conoscere al mio assistente di intelligenza artificiale chi sono, cosa faccio e come scrivo. Partendo da questo, ho trovato estremamente utile avvalermi di Code per avere il parere dell’editor che ho sempre sognato di avere. Opportunamente indirizzato, questo modello, così come quello di OpenAI e di certo altri, può correggere un testo trovando tutti o quasi gli errori di battitura e le imprecisioni. Per chi scrive di professione, già avere la possibilità di automatizzare questo primo livello di repulisti è una vera manna dal cielo. Ma Code può fare anche molto di più. Utilissimo ad esempio è usarlo per fare fact-checking, ovvero un controllo profondo delle affermazioni espresse. Claude può valutare il testo in maniera avversariale, segnalando eventuali parti che reputa deboli e controllando che le affermazioni fattuali snocciolate nel ragionamento abbiano un riscontro concreto. In questa maniera si può sottoporre il proprio scritto a una revisione puntuale, capace di limitare, se non proprio eliminare, sviste o errori o anche solo citazioni non del tutto corrette. A me è già capitato che il solerte correttore riportasse alla forma canonica citazioni latine che andavo ripetendo a memoria, convinto della loro esattezza. Ci sono poi i lavori invisibili, quelli che il lettore non vedrà mai: la verifica di ogni collegamento, il controllo delle fonti primarie, la data esatta al posto di quella che la memoria arrotonda.
Resta il timore opposto: che il correttore zelante finisca per normalizzare la scrittura, limando ogni asperità fino a renderla anonima. È qui che l’imbragatura fa la differenza: il mio editor elettronico sa che i connettivi a inizio frase, le parole desuete e certe impennate non sono sbagli, ma scelte, e le lascia stare.
Ognuno ormai in pratica può fare in casa quello che un tempo era concesso solo a gente altolocata. Una volta Alberto Papuzzi, il mio capo alle pagine culturali della Stampa, mi confessò che i suoi giornalisti ogni tanto ricevevano un articolo scritto da una persona importante, che si dilettava a pubblicare, lasciando il compito di ripulitura e rifinitura delle proprie composizioni ai poveri colleghi in redazione. Senza mai rivolgere loro un grazie, ça va sans dire.
Io, quella redazione, ormai me la sono messa in casa: chiuso il giro col mio maggiordomo, passo il testo a un secondo modello, che lo rilegge con occhi suoi. I due non sempre concordano, e le loro dispute mi sono istruttive quanto le correzioni. Una redazione instancabile, disponibile a ogni ora e priva di suscettibilità.
La comodità di questo servizio di revisione è impressionante. Il rischio è che tanta abbondanza ci renda tutti più pigri e sciatti. Ma questo rischio è connaturato a ogni innovazione che ci rende la vita più facile. Nessuno si sogna di non usare l’automobile solo perché andare a piedi ci rende più attivi. La soluzione, io la trovo in una pratica buddista, quella che parla della via di mezzo: comportarsi in vita senza abbandonarsi solamente ai piaceri, ma nemmeno voler fare gli asceti. Credo che Buddha, quando proponeva questo stile di vita, non stesse pensando a noi che lavoriamo con Claude. Nondimeno questa massima orientale ci torna utile per districarci tra apocalittici e integrati, avendo cura di muoverci e scrivere sempre con pragmatico buon senso.
Anche questo articolo, ça va sans dire, è passato al setaccio del mio maggiordomo elettronico. Al quale, a differenza dei signori di cui sopra, un grazie lo rivolgo volentieri.



Molto molto interessante! Io seguonil bravissimo Stefano Silvestri di Techtalking e quindi capisco di che stai parlando. Concordo. Soprattutto sul fatto che sempre c'è una via mediana da seguire che ci evita gli estremi e la polarizzazione, imbarazzante moda di questi ultimi tempi.
Bravo Ale. Condivido le tue tesi e le tue conclusioni al 100%.