Da quando ho deciso di tornare a vivere in Italia e, in particolare, in un villaggio alpino, sento che la scelta della mia famiglia non è solitaria.
Sempre più abitanti delle grandi città, ad esempio di Milano e dintorni, sembrano interessati a spostare il proprio centro di attività in provincia e, nello specifico, sui versanti retici e orobici della Valtellina. Naturalmente parliamo di numeri infinitesimali rispetto alle decine di migliaia di persone che ogni anno si trasferiscono nella capitale lombarda o la lasciano. Però il fenomeno, dal Covid in avanti, è in crescita. Secondo il Rapporto Montagne Italia dell’Uncem, dal 2019 al 2024 i comuni montani italiani hanno guadagnato oltre 130.000 residenti netti, e per la prima volta il saldo è trainato anche dagli italiani.
Famiglie di avvocati milanesi scelgono una relocation in alta Valtellina, consulenti finanziari ancora in attività spezzano la settimana per trascorrere quanto più tempo possibile nelle conche montane, giovani coppie ristrutturano piccoli edifici da cui lavorare in smart working. L’ultimo caso che mi è capitato sottomano è il nuovo medico di paese assegnatomi dal Servizio Sanitario Nazionale. Un giovane della pianura lombarda che nella lettera di benvenuto ai pazienti lo scrive senza giri di parole: «Dopo sei anni di attività come medico di famiglia in provincia di Milano, ho scelto di lasciare la città e trasferirmi in montagna, un luogo che sento più vicino al mio modo di vivere e di essere».
Nella conca di Bormio, dove vivo, osservo due fenomeni apparentemente contrari. La popolazione residente è stabile da decenni, anzi in calo: in poco più di trent’anni Bormio ha perso duecento abitanti, e oggi ne conta circa 3.900. Per contro, ogni volta che mi muovo per strada incontro conoscenti di fuori che mi annunciano di voler anche loro trasformarsi da turisti in abitanti, compiendo il passo di lasciare la grande città per abitare sui monti.
Mi chiedo come mai, e sospetto un bias di conferma. Tendo cioè a recepire soprattutto le storie che parlano la mia lingua, che raccontano della mia esperienza. E mi immagino un controesodo verso le Terre Alte che forse è solo nella mia mente. Non so, non sono un sociologo, ma osservo. Però i motivi per sospettare che questo non sia solo un’impressione, ma che sotto ci sia un vero trend, ci sono.
«In realtà io ho abbandonato controvoglia Milano, per motivi di vita familiare», mi racconta Caterina Sala, per anni referente scientifica del Centro italo-tedesco per il dialogo europeo Villa Vigoni. «Pensavo che della grande città mi sarebbe mancato tutto, non solo la cultura. Ma in alta montagna ho riscoperto un rapporto diverso con le stagioni, con la loro ciclicità. Ho capito che la natura dell’alta Valtellina mi è sempre mancata, anche se non volevo confessarlo a me stessa. Una natura severa, di una bellezza superba e “imposant”. Qui guardo dalla finestra e mi accorgo ogni mattina dello scorrere circolare del tempo, dell’affascinante susseguirsi dei diversi colori, delle luci che si assomigliano di giorno in giorno, di stagione in stagione, ma non sono mai esattamente le stesse. Qui ora la mia anima riesce a fiorire sempre meglio».
E quest’anno la stagione estiva è stata la più calda mai misurata in Italia, almeno da quando esistono serie affidabili, cioè dal 1950. Fino alla prossima. Come agli eventi Apple di settembre, in cui si elogia il nuovo iPhone come il più potente mai realizzato. Fino a quello del prossimo anno. Il riscaldamento globale, con buona pace di chi dice che a Milano d’estate ha sempre fatto caldo, è un fatto: quest’anno a Milano il termometro ha superato i 30 gradi per 75 giorni, due mesi e mezzo. Ne consegue che la montagna diventa sempre più appetibile a chi non ama cuocere al sole. Ad agosto, stima Assoturismo, le presenze turistiche in montagna sono cresciute più di quelle al mare, mentre il caldo frenava le città d’arte; a Ferragosto le località di montagna erano più piene di quelle balneari, e in Lombardia a fare da traino sono state proprio le valli alpine, con Bormio e Livigno nella prima estate dopo le Olimpiadi.
Vi è poi un problema di sicurezza percepita. Per me, che ero passato dal ricordo di una Milano sporca e incupita degli anni Novanta alla narrativa della rinascita del dopo Expo, è preoccupante constatare come il sentimento di insicurezza sia comune a molti abitanti sotto la Madonnina. Alcuni di quelli che mi annunciano il trasloco in montagna lo riassumono così: «Milano non è più come una volta». Posto che una volta fosse davvero meglio (e sorvoliamo sul terrorismo degli anni Settanta), i timori sono certo reali. Poco importa che nel 2025, dice la Prefettura, i reati in città siano calati dell’8%: lo scorso maggio solo il 7% dei milanesi la giudicava una città sicura. Al punto che il tonitruante Roberto Vannacci, ovvero «il woke della destra», ha pensato bene di scegliere come candidato sindaco un generale dei Carabinieri, Carmelo Burgio, promettendo che con lui Milano «potrà tornare a essere la città della Madonnina e non dei maranza». Il generale, manco a farlo apposta, da alcuni anni vive a Tirano, in Valtellina, il suo buen retiro, scelto per la montagna e lo sci. Al di là dell’analisi politica del fenomeno Vannacci, la candidatura di Burgio è un colpo di marketing perfetto per i tanti, e sono tanti, che a torto o a ragione sentono di vivere in una città sempre meno sicura.
C’è poi una piccola spinta che non viene né dal caldo né dalla paura: quella dello Stato. La legge sulla montagna del 2025 riconosce a medici, infermieri e insegnanti che lavorano nei comuni montani un credito d’imposta del 60% sull’affitto o sul mutuo, fino a 2.500 euro l’anno. In Alta Valle i medici di base mancano da anni, e un giovane dottore che sceglie la montagna è quasi una notizia.
Salire a vivere in quota senza cambiare lavoro, alcuni decenni fa, sarebbe stato semplicemente impossibile: si poteva spostare la residenza, ma non il lavoro. Internet ha cambiato tutto. Le connessioni veloci permettono di lavorare in remoto. Ho conosciuto in queste settimane valtellinesi che per fare impresa non hanno avuto bisogno di scendere a Milano: hanno creato aziende da un portatile, le hanno fatte crescere e poi le hanno vendute ricavandone certo un bel guadagno, e tutto da un laptop con vista sui boschi. Vado a cena con professionisti che schedulano call su Teams o Google Meet, e quando sollevano gli occhi dallo schermo vedono la pista Stelvio.
Resta il paradosso: se tanti salgono, perché a Bormio i residenti calano? Anzitutto perché si muore più di quanto si nasca, direbbe Lapalisse, e gli arrivi non bastano a colmare la differenza. Poi perché molti nuovi montanari lo sono a metà: il consulente che passa qui mezza settimana è un abitante per il bar e per la pista, non per l’anagrafe, dove resta milanese. E perché chi arriva fa salire i prezzi: nei dodici mesi prima delle Olimpiadi gli affitti a Bormio sono cresciuti di oltre il 50%, quasi ai livelli di Cortina. Certo, le Olimpiadi hanno gonfiato tutto, ma sono anni che gli affitti puntano in una sola direzione, verso l’alto: in cinque anni sono quasi raddoppiati. Il controesodo dei milanesi rischia così di diventare l’esodo dei giovani del posto. In Svizzera, a un passo da qui, sono corsi ai ripari già nel 2012, quando un referendum ha fissato al 20% il tetto delle seconde case in ogni comune.
Ma c’è un paradosso più profondo, che i conti di Stefano Bedognè, albergatore e scrittore a Bormio, rendono evidente. Rielaborando i dati Istat del Bormiese, ha calcolato che dal 2006 le persone in età da lavoro sono calate del 14%, e che senza nuovi arrivi fra vent’anni saranno un altro quinto in meno. Altro che giovani senza voglia di lavorare, come si sente dire: i giovani, semplicemente, mancano. La montagna avrebbe bisogno di nuovi residenti che servano ai tavoli, lavorino in corsia e nei cantieri, e invece chi sale dalla città lavora spesso per Milano, e contribuisce a far salire gli affitti proprio di chi è rimasto.
I problemi dei territori di provincia sono molti e dove, come a Sondrio, la mia città natale, non c’è la fortuna di essere anche un luogo turistico, la desertificazione dei negozi è il rovescio della possibilità di fare tutto su internet, persino comprare il formaggio anziché prenderlo nel negozio sotto casa. Eppure, in tutto questo la montagna, per anni cenerentola rispetto alla facilità e al fascino del mare, si sta riconquistando un posto di primo piano nelle preferenze di chi sceglie di fuggire dalla città. Non tanto e non solo grazie alla bellezza di vivere fra monti imponenti e boschi di larici, quanto per via del riscaldamento globale, della tecnologia e del disagio di metropoli sentite come sempre più care e sempre meno sicure. Motivi forse non tanto romantici, ma molto concreti, per scegliere una camera con vista sulle cime non per una settimana bianca, ma per un progetto di vita.



Grazie davvero, Alessandro, per l'ospitalità qui sul tuo blog🙏😊 E, sí, condivido tutte le tue riflessioni: è arrivato il momento della montagna, viva la montagna, viva Bormio e l'alta Valtellina! 😍⛰️🏞️ 🏔️