Il doppio disastro delle elezioni di domenica ha definitivamente sepolto il ricordo della Repubblica di Bonn. Perché finora la Germania, con sforzo compassionevole, ha fatto di tutto per immaginarsi ancora ferma agli anni della Pera. Così veniva chiamato, affettuosamente o meno, Helmut Kohl, il grande cancelliere simbolo della paciosa repubblica sulle sponde del Reno, quella in cui la Germania era finalmente riuscita a sentirsi un Paese normale. Erano gli anni della Generazione Golf, della stabilità garantita, delle casette in periferia dai prati tagliati con accuratezza. Erano gli anni dei nanetti da giardino, dei baretti cittadini in cui si beveva birra al banco e al massimo si sgranocchiava qualche Wiener Würstel, gli anni in cui si pagava solo in contanti e nessuno si sognava di sfoderare un cellulare. Erano gli anni d’oro per i Wessi, i cittadini della Germania Ovest. Ma anche all’Est, dopotutto, chi si conformava al regime aveva un’esistenza piuttosto serena. «Non capisco perché i Wessi pensino che io non abbia mai fatto le ferie», mi raccontò un tassista nel Brandeburgo, il giorno in cui ero andato dalle sue parti a guidare un Panzer. «Certo, eravamo sotto una dittatura, ma di ferie ne ho fatte parecchie. Ricordo quando andai sul lago Balaton, ricordo i miei viaggi in Cecoslovacchia. Guardi che anche noi ci siamo divertiti, non bisognava andare in America per fare le ferie».
Quella che è venuta dopo, la Repubblica di Berlino, è nata cercando una conciliazione tra Wessi e Ossi, tra i vincitori e quelli che si sono sentiti acquistati. Kohl aveva promesso «blühende Landschaften», paesaggi in fiore, e in effetti ogni volta che andavo a Est vedevo autostrade perfette, infrastrutture luccicanti, colline verdeggianti; solo entrando nei villaggi sperduti della Turingia, culla dei nanetti da giardino, si notavano ancora casette appuntite dall’intonaco screpolato, paesaggi da Dylan Dog più che da Bonner Republik. Ma la contrapposizione ha sempre pulsato nel cuore diviso dell’anima tedesca, perché, al di là delle pubbliche dimostrazioni di unità, la Germania del dopo riunificazione è rimasta divisa tra chi da giovane faceva le ferie a Rimini e chi sul lago Balaton.
Le ultime elezioni dimostrano in maniera impressionante quanta presa abbiano i partiti antisistema sull’elettorato della Germania Est. Da una parte gli estremisti dell’AfD hanno fatto incetta di voti anche in Meclemburgo, a due passi dai boschi del lago Stechlin dove Theodor Fontane mise in scena la saggezza conservatrice del suo vecchio Dubslav, dall’altra gli estremisti della Linke hanno trionfato nella capitale. La città povera ma sexy, come disse a suo tempo un sindaco bravo nel marketing, sventrata dalla Storia e poi rinata come la capitale cool d’Europa; la città delle tutine fetish del KitKat e degli autisti di autobus rudi per principio. Ma anche la città dei clan: Issa Remmo, il più noto dei loro capi, domenica sera si è presentato alle feste del partito vincitore (almeno da una lo hanno accompagnato alla porta).
Merz ha ragione: è un disastro. Un disastro per il suo partito, la CDU, un pilastro della noiosa e affidabile Germania governativa, un pilastro che, con un pizzico di arroganza e molta consapevolezza di sé, amava dire: «wir können regieren». Noi sappiamo governare. Votateci e non avrete esperimenti, solo buona amministrazione. «Keine Experimente!», prometteva Konrad Adenauer sui manifesti del 1957, e ottenne l’unica maggioranza assoluta mai vista in un’elezione federale.
Tutto questo domenica è sparito, sparito proprio dal parlamento regionale, visto che la CDU non ha superato la soglia per entrare a Schwerin, capitale del Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Non era mai successo nella storia della Repubblica Federale.
Ma sarebbe ingiusto dare la colpa solo ai nuovi Länder, le regioni incorporate dalla Repubblica Federale Tedesca, che dopo averle prese un tanto al chilo ne ha smembrato l’economia fatiscente, ha mandato a casa i quadri e le ha colonizzate con personale venuto dall’Ovest. Funzionari statali, avvocati, commercialisti: i posti al sole della Germania Est, negli anni Novanta, sono stati occupati in prevalenza dai Wessi. Persino molti capi della destra radicale dell’Est sono un prodotto d’importazione. Björn Höcke, padrone dell’AfD in Turingia, è nato in Nordreno-Westfalia e insegnava in Assia; Andreas Kalbitz, per anni capo dell’AfD nel Brandeburgo, è nato a Monaco di Baviera; Götz Kubitschek, l’editore che fa da ideologo alla Nuova Destra e dà del lei a sua moglie, abita in una tenuta della Sassonia-Anhalt ma viene dal Baden-Württemberg.
E prima o poi la rabbia di sentirsi cittadini di serie B, rabbia vera per un torto forse presunto, ma avvertito come verissimo, doveva scoppiare. E che scoppio! Prima la Sassonia-Anhalt, poi il Meclemburgo e infine Berlino, che per darsi un tono differenziandosi dalla provincia ha sì premiato l’AfD, ma ha fatto stravincere la Linke, anch’essa però antisistema: un partito al quale Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei, ha rimproverato di dare «ulteriore slancio al crescente antisemitismo». Alla sua guida, dal giugno scorso, insieme a Ines Schwerdtner, c’è Luigi Pantisano, un italotedesco partito a razzo che, appena eletto, ha accusato parti della CDU di fare politica fascista, salvo scusarsi il giorno dopo.
Bollare la vittoria degli estremi come un fenomeno di risentimento dell’Est, per quanto invitante, sarebbe miope: i voti dell’Est sono pochi rispetto a quelli dei Länder che contano, ma i risultati delle urne hanno e avranno un impatto fortissimo. La Germania, tutta la Germania, si trova forse nella più profonda crisi da quando è stata fondata la Bundesrepublik. Una crisi economica (i recenti bilanci di Volkswagen, Mercedes e BMW sono uno peggio dell’altro), una crisi politica, una crisi di identità. E poiché non è l’Italia, abituata a barcamenarsi tra le tempeste del frazionamento politico, con industrie abituate, talvolta, ad andare avanti nonostante lo Stato, anziché grazie a esso, la situazione rischia di degenerare. La Germania è un sistema rigido, e i sistemi rigidi, quando cominciano ad avere le crepe, possono spezzarsi assai più facilmente del molle ventre italiano. Ecco perché con foga, da sempre, la Germania si racconta come un Paese che non è: un Paese normale.
Gerhard Schröder «normale» lo diceva sempre; Angela Merkel è stata poi l’incarnazione della normalizzazione. Dieci anni fa il regista Sönke Wortmann girò Deutschland. Dein Selbstporträt, Germania, il tuo autoritratto, un film costruito montando diecimila video inviatigli dai suoi connazionali. Il risultato? Tutto sommato, i tedeschi si sentivano a posto. E fra chi cucinava e chi ballava, una voce dava la definizione più corta del carattere nazionale: «Deutschland strengt sich immer an», la Germania si sforza sempre. Di essere dannatamente normale. Un anno dopo Bernd Ulrich scriveva sulla Zeit che la Germania è una nazione «orgogliosa di non essere orgogliosa». Il Paese delle riunioni, delle procedure, della normalità. Il Paese delle domeniche afone. Noiose e felici. Ma Ulrich si faceva anche una domanda che allora sembrava accademica: che ne sarà della calma e della liberalità dei tedeschi quando il Paese tornerà in una seria crisi economica? «Nessuno lo sa», rispondeva. Erano solo dieci anni fa: sembra un’altra era.
Oggi la risposta la conosciamo.
Da una parte penso a chi, tra le mie conoscenze tedesche, non vivendo nella pulsante Berlino, lamentava la paciosa e noiosa Germania del benessere. Dall’altra ricordo quando l’Italia veniva bonariamente presa in giro per l’instabilità dei suoi governi. Di fronte ai risultati elettorali della scorsa domenica, e del sei settembre, mi pare il mondo di ieri. Poi mi riprendo, e mi dico: piano con l’Angst, di certo non finirà come finì per Stefan Zweig. Vero?
La sera della disfatta, Merz ha ammesso l’evidenza del disastro, ma ha negato la propria debolezza e ha rivendicato «spina dorsale, fermezza e pazienza». Il cancelliere intende proseguire con le riforme. Quali, esattamente? Questo ritornello lo pronuncia da prima di diventare cancelliere, ma di riforme strutturali lui e il suo governo non ne hanno fatta manco una degna di nota. A questo punto, c’è davvero da chiedersi se il cancelliere arriverà a mangiare i Lebkuchen di Natale. Che i governatori dei Länder in mano (per ora) alla CDU corrano davvero in suo soccorso, come hanno detto alcuni giorni prima delle elezioni, c’è da dubitarne. Dal partito fratello CSU, capitanato dall’ambizioso Markus Söder, meglio non aspettarsi troppo sostegno: parenti serpenti. Forse a qualcuno conviene lasciarlo affondare da solo? Basta, o il cinismo contagia anche me.
Quello che è certo è che, dopo questo settembre, nulla in Germania sarà più come prima. La normalità è sotto attacco. E chi dovrebbe difendere questa grigia conquista, ovvero l’attuale classe politica tedesca, sembra ormai avere l’autorevolezza di un nanetto da giardino. Rotto.



