Prosit, Monaco
L’ultima estate tedesca, i Biergarten e il vero significato della Gemütlichkeit
Questa è l’ultima estate che passo in terra tedesca. Motivo per cui spesso mi chiedo cosa davvero mi mancherà della città in cui ho vissuto per più di vent’anni. Il mio metodo di lavoro è legato soprattutto a una comunicazione sparsa tra Italia e Germania, non tanto al luogo in cui abito. Datemi un computer e mi metterò in contatto col mondo. Così ho fatto e così continuerò a fare quando sarò tornato in Italia. Se a questo aggiungiamo che una figlia piccola ha quasi azzerato i contatti sociali slegati dalla sua crescita, è facile capire perché di Monaco di Baviera abbia smesso di vivere il lato più sociale. C’è stato un tempo in cui ne giravo ogni stradina, sia per scriverne sia per fare da guida ad amici e conoscenti. O semplicemente per l’amore verso una città che mi ha sempre fatto sentire accolto. Ma adesso che è il momento di levare le tende, cosa davvero mi mancherà delle due sponde dell’Isar?
Di certo non i cinema, i teatri, l’opera o le altre istituzioni culturali, che ho frequentato solo saltuariamente, apprezzando molto di più la Bildung privata del leggermi un libro. Né verserò lacrime per i bar e i ristoranti, che da tempo ho smesso di frequentare. Non tanto e non solo perché negli ultimi anni i costi della gastronomia sono cresciuti molto più della qualità. Uno dei motivi che ormai mi tengono lontano da molti locali è una semplice questione acustica. Rari sono quei luoghi in cui si può pasteggiare conversando a bassa voce. Tutto è caotico. Tutto è un frastuono. Il rumore lo posso capire se d’inverno porto un turista all’Hofbräuhaus, ma perché anche certi locali eleganti, che vogliono sembrare raffinati, si curano così poco dell’aspetto acustico? Nessuno ha detto loro che i soffitti alti fanno rimbalzare i suoni e che senza materiale assorbente ogni vocio diventa baccano? Non essendo più un ventenne, non associo il baccano durante la cena al divertimento. Tutto questo rumorio mi pesa sull’umore e affatica la mente. Strano, perché il tedesco di solito è piuttosto quieto. Monaco, città più che tranquilla, salvo il periodo dell’Oktoberfest non ha scalmanati che urlano per strada. Ma quando d’inverno ti infili in un locale, spesso ti viene incontro un muro di suono che ti assesta due schiaffi a mo’ di buongiorno.
Quando poi arriva il momento di pagare, tocca subire l’avversione dell’oste tedesco per qualsiasi tecnologia. Anziché fare della moneta elettronica la normalità, molti ancora accettano solo contanti, come fossimo al secolo scorso. Se mi azzardo a farlo notare, ricevo sguardi sorpresi, quasi fossi un ostaggio del gran capitale. Suvvia, osti tedeschi, non siate ridicoli. Dalla Serbia ai rifugi alpini della Valfurva ormai si paga quasi dappertutto senza contanti. Non saranno davvero quei pochi centesimi di commissione che vi spingono a obbligare i vostri avventori a girare con portafogli da benzinaio anni Novanta. Lasciatemi almeno la scelta di pagare un leggero sovrapprezzo, ma non obbligatemi a girare con banconote nelle tasche. Tutto questo amore per il contante, una coperta di Linus da cui la società tedesca si sta staccando assai più lentamente di molte altre nazioni d’Europa, per forza di cose tende anche a favorire il nero. Non a caso negli scorsi decenni, a suon di banconote fumanti, la ’Ndrangheta si è comprata mezza Germania dell’Est.
Ma stavamo parlando di bei ricordi. E quello che mi mancherà è proprio un luogo di gastronomia: il Biergarten, l’istituzione bavarese che più mi ha toccato il cuore. Sarà perché la prima volta che capitai da queste parti venni portato dalla famiglia che mi ospitava proprio a scolare un mezzo litro di birra in uno di questi luoghi ameni. Sarà perché questi spazi accessibili rendono le notti della breve estate tedesca quasi soavi. Non è facile spiegare a chi non c’è mai stato di cosa stiamo parlando. A parole tutto sembra assai più prosaico.
Sono grandi spazi urbani, oasi di pace sorvegliate da alti ippocastani. Parlo proprio di questi alberi perché le loro grandi foglie filtrano i raggi del sole nelle giornate estive. E perché non stanno lì per caso: i birrai li piantarono due secoli fa sopra le cantine scavate lungo le rive dell’Isar, dove la birra riposava al fresco accanto al ghiaccio. Quando nel 1812 il re Massimiliano I concesse loro di mescere direttamente sopra quelle cantine, per non rovinare gli osti della città vietò loro di servire da mangiare, pane a parte. Da quel divieto nacque un’usanza che resiste ancora oggi: nel Biergarten il cibo te lo puoi portare da casa.
I Biergarten sono infatti luoghi in cui vige un solo obbligo: quello di consumare da bere. Parliamo naturalmente soprattutto di birra; il vino qui è pressoché sconosciuto. Poi certo ci si può anche ingozzare di ogni tipo di carne, ma spesso la cucina non è il vero motivo per cui se ne frequenta uno. Le famiglie tradizionali lo usano come estensione del proprio tinello. Ci vengono in grandi gruppi. Si portano pure la tovaglia a scacchi e un cestino di provviste, per passare una sera in compagnia. Le grandi panche favoriscono la commistione tra le persone. In un Biergarten non conta quanto hai sul conto corrente. Conta solo che tu abbia voglia di bere, rilassarti e stare tranquillo. Soprattutto quando giunge la sera e sugli alberi si accendono i fili di lampadine, chiacchierando con gli amici davanti a una birra ti scordi che là fuori il mondo è un casino. Qui l’unico rumore che senti è il tintinnio dei boccali di chi fa prosit.
Non vi è alcun testo di germanistica che possa spiegare meglio il significato profondo della parola Gemütlichkeit, una costruzione che ingloba in sé il sostantivo Gemüt, ovvero animo. La Gemütlichkeit è la pace interiore, connessa al luogo dove ti senti a casa. Per chi ha masticato tedesco è facile capire che qui si parla di Heimat. Il comico Gerhard Polt, bavarese fino al midollo, in uno dei suoi pezzi più divertenti si lancia nella parodia di un suo conterraneo beato di birra, seduto in un Biergarten a contemplare il nulla. Perché è facile fare dell’ironia su questo luogo, in fondo così semplice. Ma è difficile, una volta che ci sei stato, non subirne il fascino sottile e profondo, nascosto dietro ai fiumi di birra e alle montagne di patate sfornate ogni giorno.
Se capiti a Monaco, cerca ad esempio il Taxisgarten. Non troverai nessun turista, solo famiglie del posto, amici che si ritrovano dopo il lavoro, genitori che tra un sorso e l’altro lanciano occhiate ai bambini presi nei loro giochi. Un Biergarten è un luogo quieto e accogliente, che permette ai tanti alle prese con affitti esosi di passare una serata fuori dalle proprie mura. I costi sono contenuti e il cibo ti sazia. Ma soprattutto un Biergarten sa darti la sensazione di stare vivendo davvero nel cuore della città. È questa la cosa strana: in una metropoli dai costi esorbitanti resistono oasi di socialità che sembrano fermare il tempo. Ci hanno provato, a toccarle. Quando nel 1995 un tribunale ordinò a un celebre Biergarten di chiudere alle nove e mezza di sera per il quieto vivere dei vicini, oltre ventimila monacensi, molti in Lederhosen e Dirndl, scesero in piazza. Fu la “rivoluzione dei Biergarten”, e la vinsero: da allora un’ordinanza bavarese consente ai Biergarten di far durare la serata fino alle undici.
Se poi davvero ami le fiabe, fai un salto all’Insel Mühle: siamo a nord-ovest, un po’ fuori dal centro, e come dice il nome c’è di mezzo un vecchio mulino, con tanto di ruscello, la Würm, che tecnicamente sarebbe un piccolo fiume. E lì, mentre ti mangi uno Steckerlfisch, il pesce alla brace infilzato su uno spiedo, rifletti che la Germania sa anche incantare, senza bisogno di scomodare Heine e la sua fiaba d’inverno.
Sì, mi mancheranno questi luoghi che i romani, facendo spallucce, liquidano come una loro fraschetta, senza capire che spazi così grandi in una città significano anche programmazione urbana, attenzione alle classi popolari, diminuzione della conflittualità sociale. Proprio come l’Englischer Garten, l’immenso parco che batte in estensione Central Park, vanto di una capitale bavarese che prima di molti altri centri urbani ha capito l’importanza del verde diffuso. Naturalmente anche lì i Biergarten non mancano: c’è quello turistico della Torre cinese, il Seehaus salottiero in riva al lago, e su a nord, dove il parco si fa selvatico, l’Aumeister, il più autentico di tutti.
La prossima volta che verrai d’estate a Monaco, visita pure le Pinacoteche, ma non perdere l’occasione di alzare un boccale in un Biergarten tra i mille a disposizione. E fai un brindisi anche per me, visto che ormai sarò lontano.


